Su maistru 'e ferru

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di Maria Pili

Lavorava meglio la notte : la sua mano teneva l’incudine e il martello come se fosse quella di un gigante che vivevano, si narrava, in questa terra antica.

Tutti si erano lamentati: il rumore così assordante e ripetitivo tanto che non ti faceva dormire o ti faceva diventare maccu . Solo lui sapeva perché trasformava, con le sue possenti braccia, il ferro in oggetti che, inizialmente, potevano fare o del bene o del male. Anzi soltanto lui sapeva o: tutto il paese ne sparlava dietro alle sue spalle con molta cattiveria.

Non pensava più a sua moglie: c’era nei primi tempi un battere carico di desiderio talmente forte che dalla sua fornace il ferro puro ne usciva in mille oggetti: se non riusciva a contenere il desiderio di congiungersi carnalmente con Cesira o si spezzava il ferro infuocato o mollava fuoco e utensili per stringere tra le braccia la sua sposa. Tutto era precipitato dalla morte di Antonio, il loro unico figlio: il bambino si era troppo avvicinato alla brace e al ferro incandescente tanto che aveva riportato ustioni gravissime. Chiamato il medico aveva sentenziato che non ci sarebbe stato nulla da fare e infatti successe così, morendo tra atroci sofferenze, accompagnate dal dolore senza fondo dei due poveri genitori.

Ognuno ha il suo destino e quello di Antonino fu quello di separare per sempre Cesira e Aldo, detto Alduccio.

Naturalmente Cesira odiò per questo Aldo: il marito non doveva far avvicinare il bambino, anche se un po’ cresciutello, nella sala della fornace. Doveva vigilare, ecco cosa doveva fare, doveva vigilare attentamente il loro amato figlio finché questi non sarebbe stato in grado di seguire le orme del padre; ma invece no:la vita dà e la vita toglie, come Cesira imparò accompagnando la piccola bara verso il cimitero.

Alduccio ormai si rintanava nella sua bottega: dormiva lì quando di notte le forze gli mancavano: non aveva il coraggio di disturbare il sonno già delicato e sofferente di sua moglie.

La prima volta che ci provò lei strillò come una pazza: ruppe qualsiasi cosa scagliandola su di lui: lei, da quella intrusione divenne ancora più furiosa contro Alduccio : la morte del suo bambino l’aveva ridotta uno straccio con capelli arruffati, sciolti sulla schiena, gli occhi cerchiati iniettati di sangue dal troppo piangere, la sua bocca contorta dalla troppa sofferenza.

Lui non si rifece più rivedere.

È passato almeno un anno e il dolore è ancora lì annidato pronto a scattare quando Cesira e Alduccio meno se lo aspettano, ma qualcosa è cambiato in lei: le donne riescono sempre a rigenerarsi da una fonte sconosciuta ma ciò non vuol dire che si dimentica, ma si va avanti. Alduccio si è dato alle donnacce e al lavoro intenso: si è abbruttito, beve e con Cesira non avrà più un futuro.

Lei ha ripreso ad andare al suo piccolo orto di famiglia in cui può godere dell’acqua e dell’aria fresca: proprio andando a ritirare i frutti della sua piccola terra vide passare un bel giovanotto della stazza e dell’età di Alduccio: Cesira non ci pensa due volte, affamata d’amore dopo un anno di non voluta castità e chiede all’uomo se può aiutarla a riportare in paese acqua e quant’altro le serva per la sua modesta vita. Il bel giovanotto acconsente. Capito la situazione, accetta ad aiutarla: in lontananza qualcuno vede la scena e sconcertata come lo si può essere a quei tempi parte verso il villaggio dove Cesira, ormai, verrà macchiata di una colpa che solo Dio può giudicare.

Arrivati in campagna, sbarazzatisi del mulo e delle ceste Cesira e Pietro vedono un enorme albero secolare: si guardano negli occhi, si danno la mano vicendevolmente e si appartano dietro l’ulivo carichi di frutti.

Fanno l’more con una frenesia mai conosciuta in questo mondo e in altri mondi, da far brillare le stelle di giorno e di fecondare la terra con il solo contatto con il loro corpi nudi:(io ti amo) disse Pietro; :(Anch’io ti amo) rispose Cesira e si promisero di vedersi l’indomani.

Letto 1616 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Maggio 2015 21:31
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