S’Atitadora

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di Elisa Tuligi

 

Un sogno. Ricorreva insistente da mesi. Ogni notte uguale.

Una chiesa, una piazza, un campanile, una donna vestita di nero, i suoi lunghi capelli di ossidiana scompigliati e sciolti. Urlava, aveva il viso contratto dal dolore e si strappava i capelli chiedendo vendetta al cielo.

Stavo attraversando un brutto periodo e avevo bisogno di allontanarmi, di scordare l’inquietudine che ultimamente mi tormentava.

Scelsi la meta del mio ritiro a caso, o così credevo. La Sardegna, l’Ogliastra, un piccolo paese di montagna dimenticato da dio.

Arrivai in un tardo pomeriggio di marzo, stanco, agitato e curioso. Il paese era come l’avevo immaginato, le case iniziavano d’un tratto, senza preavviso.

Mi diressi al centro prendendo il campanile come riferimento.

Arrivai in piazza, c’era la fontana, la chiesa al centro, il campanile. Tutto come nel sogno.

Mi sedetti nell’unico bar della piazza e sfogliai distrattamente il giornale. Il barista si avvicinò, offrendomi un bicchierino di grappa che assaggiai appena, controvoglia.

«Cosa ci fai qui?» chiese. «Da queste parti ne capitano pochi di turisti».

«Sono fuggito in cerca di pace» risposi laconico. Non avevo per nulla voglia di chiacchierare ma lui proseguì indifferente. «Non è qui che la troverai. A vivere da queste partisi finisce per diventare rozzi e duri come la roccia. Qualcuno va via per sempre, qualcuno impazzisce. Lo vedi quello per esempio?» indicò un uomo seduto poco più avanti. «Lui vive in un ovile su nella montagna e passa le giornate a parlare con le capre. Anche la sua donna è completamente folle. La vedrai, tra poco esce da chiesa».

Osservai l’uomo di cui parlava. Aveva i gomiti poggiati sul tavolo e i lineamenti del viso profondi e scavati come le statuine di legno intagliato, lavorate d’inverno dai pastori della montagna. A quanto pare era proprio lì che viveva.

Mi chiesi se anche il mio viso fosse altrettanto riconoscibile. Sicuramente no, ero solo un banale avvocato con una faccia ordinaria. Invidiavo quel volto forte e caratteristico, quello sguardo eloquente e altero, quei pugni robusti chiusi sul tavolo.

Decisi di aspettare la donna.

La vidi mentre attraversava la piazza. Vestiva una gonna nera, pesante e lunga e una camicetta bianca con il ricamo sul davanti e si stringeva al petto uno scialle di lana. I capelli, neri, erano pettinati a crocchia, precisamente tirati, senza un solo filo fuori posto.

Era illogico. Sembrava impossibile. Aspettai che si avvicinasse ancora ma a pochi passi da me ne avevo ormai la certezza. I lunghi capelli scuri sempre spettinati, erano ora perfettamente ordinati. Il viso adesso era composto e sereno e il suo sguardo fiero pareva più dolce e gentile.

Era la stessa donna che ogni notte mi perseguitava in sogno. Stava lì, in piedi, e mi osservava, con i suoi occhi taglienti fissi nei miei. Trattenni il fiato, come a convincermi che quello che stavo vedendo non era reale.

Non mi veniva nulla da dire. E comunque non aspettò che mi decidessi. Con il suo incedere misurato ed elegante, si allontanò accompagnata dal suo uomo, il pastore dal viso grezzo e infossato.

Ero fiaccato da questi eventi inattesi. Avrei voluto riposare ma già sapevo quale visione mi aspettava e non ero pronto a rivederla lì, di nuovo addolorata e sconvolta, cosi decisi di stare al bar.

Stava per piovere e il vento soffiava nervoso perciò entrai. Gli uomini nel locale parlavano a voce alta nel loro dialetto. Erano interessati a me, come sempre avviene nei piccoli paesi alla presenza di un forestiero. Ordinai acqua vite, cosi chiamavano qui la grappa e bevvi con la gente del posto che diceva frasi incomprensibili e mi picchiava manate pesanti sulle spalle. La stanza era buia e fumosa, io bevevo un bicchiere dopo l’altro e le assi del pavimento cominciavano a vacillare sotto i miei occhi. C’era anche il pastore seduto in un angolo, beveva del vino denso e scuro e stringeva il bicchiere con troppa forza. Mi sedetti con lui.

«È il cielo che ci comanda, dobbiamo rispettarlo e non devi mai contare le stelle, è pericoloso!» Annunciò sentenzioso.

«Tu straniero non puoi capire ma per noi pastori la luna è un orologio appeso alla volta celeste. Da generazioni sappiamo calcolare l’epatta e i giorni del mese che ‘in bintinove no abarrat e a trinta no arribat’, e dalla luna abbiamo appreso che l’anno inizia nel mese di marzo. Per noi la vita è dura. Se nevica è contro di noi, se c’è siccità chi ne piange siamo noi, se c’è la luna rossa ‘erribada sa malasorte’, perché il pastore è sempre solo, e per noi non c’è casa, non c’è paese, non c’è figlio, non c’è festa. La notte abbiamo paura di addormentarci sotto gli alberi perché potrebbe arrivare Su Ammontadore, il demone che soffoca durante il sonno. Certo conosciamo anche dei brebus segreti per scacciare via l’incubo ’origas de istuppa istuppa, origas de ispagnola tottu che essa foras…’» iniziò a recitare sottovoce.

Mi bastarono queste poche parole per capire che qui i pastori non producevano solo latte, formaggi o lana. Appartenevano a un mondo a se fatto di codici e valori unici, un universo rituale che costituiva il nucleo vitale e la cultura di questi luoghi.

Dalla finestra trapelò il bagliore di un lampo. Dalla piazza giunse un abbaiare penetrante di cani accompagnato da un tintinnare di catene indecifrabili. «E chine is morindo?» si chiesero gli uomini al bancone.

Parecchi bicchieri più tardi mi convinsi ad andare a dormire. Una volta fuori mi riempii i polmoni di quell’aria buona e leggera. É questa la vera pace pensavo, ma un lamento coinvolgente e straziante interruppe la mia quiete. Proveniva da una casa a lato della piazza e una forza misteriosa mi spinse fin lì. Una tenda socchiusa mi consentì di guardare dentro. C’era lei. Scura come la morte che aleggiava nella stanza, con il busto dondolante in avanti, ritmica e ipnotica, con il petto battuto dalle mani ossute, con gli occhi inondati da una luce straordinaria e le guance vive d’un rossore selvaggio. Adesso era proprio identica a quando s’incontrava con me nel sonno.

Un giovane uomo senza vita era steso su una stuoia con i piedi verso l’uscio, perché da lì sarebbe partito verso la sua nuova vita. Le tende erano state tirate, le finestre chiuse e gli specchi velati, che lì vi s’impigliavano le anime. Ma come sapevo queste cose?

Lei lanciò un urlo forte e improvviso, un grido lacerante, dopodiché cantò lentamente una nenia che coinvolse tutti fino a un silenzio assoluto. La disperazione la leggevo in ogni suo gesto. Piangeva, faceva ondeggiare la lunga chioma, si tirava i capelli, si graffiava il volto e si strappava le vesti respirando rumorosamente e lacerando con i denti i fazzoletti con cui si asciugava le lacrime. Si buttava a terra e sgridava il defunto per quello che aveva fatto, quasi fosse lui il responsabile. Cantava in rima il suo canto funebre improvvisato, s’attitu. Con il suo canto venduto, lodava e celebrava le virtù del morto.

Lei era il frammento fondamentale di quei rituali necessari ad affrontare la Morte. Era questo il suo mestiere.Lei metteva in scena il dolore.

Ero stregato da questa scena. Quando mi raggiunse fuori sollevò le sopracciglia folte e nere e mi sorrise. Il suo sguardo era sprezzante e superbo ma anche tenero.

«Hai trovato la pace?» mi sussurrò.

Il mio sogno mi aveva trascinato in questo mondo per stravolgere le mie convinzioni sulla vita. Questo paese era stato la mia cura. Avevo scoperto il significato e l’importanza di certi gesti. La forza eterna e magica di questo luogo stava in queste persone. Nelle urla disperate de S’Atitadora, nella solitudine di una vita scandita dal lavoro e dai sacrifici del pastore. A questa gente non importava nulla del futuro. Per loro il presente era sufficiente e si nutriva del passato. Avrei voluto portarli via con me come esempio ma sapevo che erano parte integrante di questa terra, come lo era la rosa di margine, rara e profumata del sottobosco, che sarebbe sbiadita e morta rapidamente se sradicata e messa in un vaso nel balcone inquinato della mia città.

 

Letto 918 volte Ultima modifica il Domenica, 07 Dicembre 2014 18:55
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