Trama di Manta

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di Michela Tuligi

Per sessant’anni Ignazio aveva visto sua moglie seduta davanti al telaio, non sbagliava mai.
Ora lei gli porgeva la scatola dei fili e guardandolo con gli occhi stravolti chiedeva a lui, che di trama e di ordito non aveva mai capito nulla, quale filo andasse sotto e quale sopra: «qual è? Non me lo ricordo più».

Arianna tesseva. Era quello che aveva sempre fatto e che sapeva fare bene. Aveva imparato a tessere a dieci anni, mentre osservava i movimenti precisi e pazienti che sua madre svolgeva al telaio, quell’enorme attrezzo sul quale si erano posate generazioni e generazioni di mani della sua famiglia.
Lei trascorreva tutto il suo tempo ricurva su quella macchina, nella stanza al pian terreno, nella sua piccola casa di pietra.Le sue mani raccontavano le storie racchiuse nei pezzi di stoffa, in quelle strisce di tessuto non più utilizzato per altri scopi e che ora venivano adoperati come trama. La tecnica era quella utilizzata da sua mamma e sua nonna, ovvero quella de “sa trama ‘e manta”.
“Mantas de stracciu” le chiamavano, perché realizzate con stracci: pezzi di lenzuola, tovaglie, vecchi vestiti, strisce di tessuto che nel telaio costituivano la trama che si univa all’ordito di cotone per dar vita a lavorazioni eccezionali.
Per tutta la vita le dita di Arianna avevano teso con delicatezza mille fili e raccontato mille storie. Tutti i colori erano a sua disposizione: i toni caldi dell’estate e quelli vivaci dei fiori in primavera, le infinite gradazioni dell’azzurro del mare e quelle dorate del grano di luglio. Vi erano anche i colori scuri, quelli delle nuvole pesanti, del cielo cupo, i colori bui della tristezza che però lei aveva sempre preferito non utilizzare. Dall’intreccio tra trama e ordito, dall’unione di questi colori nasceva la tela che poi sarebbe diventata un tappeto, un asciugamano, un copriletto. Un nuovo oggetto che sarebbe entrato a far parte di un'altra storia, in un'altra casa.
Ignazio e Arianna erano marito e moglie da oltre mezzo secolo. Ma l’amore non teneva conto del tempo trascorso e Ignazio ancora riusciva a smarrirsi nei grandi occhi color della terra di lei. Anche se quegli occhi sempre più spesso ora scrutavano il vuoto, senza in realtà vedere davvero.
Tutto era iniziato lentamente. Piccole e innocue dimenticanze come le parole che sfuggivano, strade familiari che diventavano improvvisamente sconosciute, mani che non rispondevano più come un tempo.
Poi all’improvviso tutto era cambiato e fette intere del suo mondo avevano cominciato a sparire.
Tessere era la cosa che le riusciva meglio, da sempre. Eppure un giorno le era successa una cosa strana: non riusciva più a ricordare come intrecciare i fili della coperta che stava tessendo. Le sue dita l’avevano fatto migliaia di volte in una danza quasi inconsapevole. Ora però non lo ricordavano più. Aveva dovuto prendere una coperta vecchia, disfarla e copiare quello che aveva fatto. Solo allora c’era riuscita. Arianna cercava in questo modo di ingannare lo scorrere inesorabile del tempo, come il raggiro di Penelope che di giorno tesseva e la notte disfaceva il sudario per Laerte, con la vana illusione di fermare i giorni.
I ricordi si confondevano e con il passare degli anni anche la vista aveva finito per annebbiarsi. Arianna ci vedeva poco, ma suppliva a questa mancanza con la consuetudine, con il ripetersi sempre uguale degli stessi gesti, in una casa che era rimasta immutata nel tempo. Le sue cose, i suoi oggetti, stavano nei posti prestabiliti, là dove erano sempre stati e se per caso qualcuno li spostava, Arianna semplicemente smetteva di cercarli ed era come se non fossero mai esistiti. Così frammenti della sua vita pian piano sfuggivano e con loro sfuggiva via anche l’arte del tessere.
Ogni volta che la guardava Ignazio capiva che il dolore poteva rivestirsi d’amore tante e tante volte. Riusciva a starle accanto con le attenzioni che un uomo ha per la sua donna, non per una malata, anche se la maggior parte delle volte non capiva assolutamente nulla di quello che lei diceva.
Nella testa di Arianna ogni pensiero rimbalzava velocemente dal presente al passato lontano, saltando di palo in frasca senza nessuna logica.
Una sera le aveva rimboccato le coperte e aveva creduto di aver capito male quando lei alla sua buonanotte aveva ribattuto con un: «buonanotte babbo». Ma Ignazio stava al gioco dei suoi scambi di persona, dei suoi umori ballerini. Si fingeva babbo, futuro sposo, zio e spesso rideva a crepapelle di quelle incredibili messinscene.
L’amore di Ignazio era più forte della paura. Era perfino più forte dello sconforto che provava nel vedere sua moglie ridotta così, alla stregua di una bambina capricciosa che con la malattia aveva perso tutti i pezzi di se.
Solo tessendo Arianna riusciva a ritrovare il filo delle parole e dei ricordi. Le capitava di scambiare il giorno con la notte e non si dava pace convinta di doversi mettere a cucire il corredo del suo matrimonio, proprio come aveva fatto tanti anni prima. Si aggrappava a questo brandello di ricordo, l’unico che continuava ad ossessionarla. E Ignazio la lasciava fare anche se il nome del marito, nella memoria di Arianna non c’era più.
Di una vita trascorsa insieme restava solo quel corredo che lei ogni notte iniziava e di giorno disfaceva, restavano solo tanti ricordi ormai stinti e che ora non trovavano più posto.
Con gli anni Ignazio aveva imparato ad abituarsi a molte cose, anche a stare accanto ad una moglie che lentamente stava scomparendo davanti ai suoi occhi.
“Sparirò se non mi riconoscerà più?”. Questo continuava a chiedersi nei giorni in cui aveva come l’impressione di non esistere. Pensava che se sua moglie non lo riconosceva più anche lui avrebbe cessato di esistere come tutti gli altri oggetti che pian piano erano scivolati nel buio dell’oblio. Giorno dopo giorno la malattia si prendeva qualcosa e a scomparire era anche la poesia di quell’arte che aveva accompagnato Arianna per tutta la vita, inghiottita da quel male che divorava ogni memoria.
Ma una vecchia tessitrice era solo una vecchia tessitrice, sopratutto agli occhi degli altri che oggi le coperte vanno a comprarle già pronte in negozio. Un antico mestiere ora inutile, nient’altro.
Per Arianna invece, tessere era sempre stata la sua stessa vita. Un’esistenza intera dedicata a quel lavoro e alle storie tessute in quella stanza. La stanza delle trame di manta, dove non si tessevano solo fili ma si intrecciavano storie e si inventavano sogni. I sogni erano quelli delle giovani spose che in quella stanza immaginavano il loro futuro mentre lei tesseva il loro corredo matrimoniale. Le storie erano quelle delle anziane che in quella stanza si riunivano per chiacchierare e perdersi nei ricordi andati del passato.
Ignazio guardava sua moglie e capiva che con lei se ne sarebbe andato un intero mondo, perché erano le donne come lei a rappresentare la linfa vitale della nostra terra. Donne capaci di inventare dal nulla nuove forme, soggetti e disegni dai colori e dalla bellezza incredibile. Erano le donne come lei a tenere le fila dei ricordi, a essere le ultime testimoni dirette della storia.
Zie, nonne, mamme, generazioni di donne della sua famiglia avevano posato le mani su quel telaio e così avevano fatto per tutta la loro vita. Una tradizione che Arianna aveva saputo conservare fino ad allora.
Lo sguardo di Arianna continuava ora a perdersi nel vuoto, come se stesse cercando se stessa in un mondo di persone sconosciute. Eppure, nonostante la malattia, Ignazio la forza di sua moglie riusciva ancora a scorgerla nei suoi grandi occhi color della terra. La stessa forza che contraddistingueva le donne della sua terra e pensava che forse, come narrano le leggende, nelle loro vene scorre davvero sangue fatato, sangue di Janas che si dice siano le custodi delle arti e dei saperi legati al mondo antico di cui oggi rimangono solo poche interpreti straordinarie, come Arianna. Lei che per gli altri era solo una vecchia tessitrice di sogni.

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