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Raimondo Pirarba è nato ad Arzana nel 1885, da Luigi e Maria Puggioni. I carabinieri lo ritengono uno dei più feroci banditi sardi del momento. È anche uno dei compagni più fidati del celeberrimo Samuele Stocchino, anche lui di Arzana. Si è dato alla macchia dopo essere stato accusato del duplice omicidio dell'appuntato Giorgio Carai e del carabiniere Giovanni Maria Sassu.

È anche ricercato per un tentato omicidio e una tentata rapina commessa a Gennaio del 1925 nelle campagne di Villasalto, in Campidano, insieme a Stocchino. In quello stesso anno viene ferito ed arrestato nel corso di uno scontro a fuoco con i carabinieri di Tortolì, ma riesce ad evadere e a guarire in poco tempo. Ha una lunga sfilza di precedenti penali per altri gravi reati contro la persona e contro il patrimonio: e, soprattutto, è di nuovo in circolazione, più pericoloso di prima.

Intorno alla metà di Agosto 1927 i carabinieri di Arzana apprendono da un confidente che il latitante, durante i suoi frequenti spostamenti, è solito transitare a piedi e sostare nelle campagne di Sa Muddizza e di Pisti Pisti.

Il capitano Bonichi, responsabile di uno speciale reparto antibanditismo, organizza, partecipandovi personalmente, un servizio di appostamento lungo un sentiero che costituisce un passaggio obbligato denominato Sa Porta de Su Padru, a circa 8 km da Arzana.

Il servizio inizia la notte del 25 Agosto e si potrae vanamente fino al pomeriggio del 27. Insieme all'ufficiale ci sono i marescialli Murru e Careddu e i carabinieri Manca e Contini. Il capitano ed il maresciallo Murru indossano abiti civili, sono armati di fucile a retrocarica calibro 12 e 16, mentre gli altri miltari, in uniforme, sono armati di moschetto modello '91.

Sta per arrivare di nuovo la notte e, fino a quel momento, del bandito non si è vista nemmeno l'ombra. L'ufficiale esorta i suoi uomini ad avere pazienza, perchè l'appostamento sarebbe finito all'alba.

I carabinieri ripetono le operazioni dei giorni precedenti: si dispongono, chi in piedi chi seduto, in mezzo ai cespugli o dietro qualche macigno. Intorno all'una e mezza di notte un rumore di passi attira la loro attenzione; subito dopo vedono sopraggiungere, proveniente da Arzana e diretto verso il punto vigilato, un individuo.

Bonichi grida: "Carabinieri!", e gli ordina di fermarsi. Immediatamente l'individuo spara due fucilate verso i militari, che rispondono sparando un colpo ciascuno. Lo sconosciuto emette un grido ed indietreggia, probabilmente ferito, mettendosi a correre nella direzione dalla quale proveniva. Contemporaneamente tutti i carabinieri vanno all'inseguimento, sparando numerosi colpi contro di lui.

Dopo aver percorso una trentina di metri l'individuo trova riparo dietro una roccia, dando l'impressione di essere ancora vivo. A questo punto i militari sparano altri colpi, e lentamente, strisciando sul terreno, gli si avvicinano. Si accorgono presto che l'uomo è privo di vita, e che il suo fucile a due canne, calibro 24, era caduto in mezzo ai cespugli, dove trovano anche un berretto, un tascapane militare e un coltello a serramanico.

Indosso all'ucciso vengono trovati un portafoglio con poche monete, carte varie e cinque cartucce caricate a palla. Nelle canne del fucile, la cui cassa evidenzia un'ammaccatura, ci sono due cartucce esplose, entrambe col fornello diliniato a causa di una carica di polvere eccessiva. Ciò aveva reso il fucile inservibile e aveva messo il malvivente nell'impossibilità di sparare altri colpi dopo i primi due.

Il cadavere è quello di Raimondo Pirarba, raggiunto in varie parti del corpo da sette proiettili. Muore così uno dei più temuti fuorilegge dell'Ogliastra.

Ai militari arriveranno i soliti elogi da una aprte della popolazione e dale autorità.

 

Dal libro "SARDEGNA CRIMINALEdi Giovanni Ricci.

NOME SCIENTIFICO: Fringilla Coelebs Coelebs

DESCRIZIONE: Coelebs, celibe, perchè Linneo, che lo descrisse per la prima volta, osservò che in certe regioni nordiche migrano solo i maschi, lasciando le femmine alla cova. Secondo le più recenti valutazioni genetiche, la sottospecie Fringuello sardo (Fringilla Coelebs Sarda), nel 2007 non è stata più ritenuta valida. Uccello multicolore, i cui individui maschi in periodo riproduttivo hanno la testa con vertice e nuca grigio-blu scuro e fronte nera; i lati, con il mento e la gola sono rosso vino acceso; l'iride è bruna; il becco è conico, di un azzurro intenso, grosso e corto; le parti superiori sono con dorso marrone e groppone verde scuro; le parti inferiorisono rosso vino acceso; le alii sono di grandi dimensioni, nere, con apice arrotondato e remiganti marginate di bianco: possiede una doppia barra alare bianca, una più larga sul marginale anteriore e una più stretta in posizione arretrata, molto evidente quando l'uccello è in volo; ha una coda lunga, nera con timoniere centrali brune ed esterne bianche; le zampe sono bruno chiaro. La femmina e i giovani hanno colori più pallidi, sul bruno-oliva sopra e grigia sotto. Le dimensioni variano da 15-17 cm di lunghezza per 26-29 cm di apertura alare ed un peso di 23 g.

BIOLOGIA E HABITAT: ha una grande varietà di ambienti: campi, boschi, giardini, siepi, macchie di cespugli e alberi ecc. di tutta la Sardegna. In Inverno alla popolazione sarda, stanziale e nidificante, si aggiungono contingenti migratori dall'Europa del nord, come Peppole, Verdoni e Lucherini. Si nutre in particolar modo di semi, residui di sostanze vegetali, frutti e piccoli invertebrati, specialmente durante la cova. Il suo volo è ondulato ed è abbastanza territoriale nel periodo di riproduzione e difende coraggiosamente il suo territorio.

RIPRODUZIONE: in genere è il maschio a scegliere il luogo dove deve essere costruito il nido, ma lascia che sia la femmina ad occuparsi della costruzione, solitamente su cespugli o arbusti, dove depone 4-5 uova. L'incubazione dura circa 13 giorni, dopodichè i pulli vengono alla luce e vengono accuditi per una quindicina di giorni.

MINACCE: riduzione delle superfici boschive, urbanizzazione, disturbo antropico, fattori climatici sfavorevoli.

STATO DI CONSERVAZIONE: specie protetta dalla Direttiva Uccelli e dalla Legge Regionale del 1978. Comune.

CLASSIFICAZIONE SCIENTIFICA:

  • Phylum: Chordata
  • Classe: Aves
  • Ordine: Passeriformes
  • Famiglia: Fringillidae
  • Specie: Fringilla Coelebs Coelebs

NOME IN SARDO: Alipinta, aribintu, pappadrigu, alàlza, crucculeu de monti,lineddu, pappatrigu.

NOME SCIENTIFICO: Petronia Petronia

DESCRIZIONE: assomiglia molto alla Passera europea, ma si distingue per via delle sue sfumature cromatiche del capo e per la macchia gialla, molto visibile, sul petto. Il suo corpo nella parte superiore è ricoperto da piume color marroncino chiaro con striature marroni scuro e nere, mentre nella parte inferiore ha striature marroni più chiare. Notevole la presenza del sopracciglio giallo, che caratterizza la specie. Non esiste dimorfismo sessuale. Le dimensioni variano da 14-16 cm di lunghezza ed un peso di 35 g.

BIOLOGIA E HABITAT: ama le zone antropizzate, come tutti i passeri, comprese le città, ma si adatta a diverse tipologie di habitat esterno, che vanno dal livello del mare sino ai 2000 m di altitudine. L'habitat ideale per eccellenza sono zone montane con pascoli magri e pietraie. La specie è onnivora e si ciba di semi di cereali, grano e insetti, di cui sfama la prole. Caccia in zone con bassa vegetazione, sia nelle stagioni fredde che calde e acchiappa tutti gli insetti che trova in circolazione.

RIPRODUZIONE: tra Maggio e Luglio costruisce il nido in cavità di alberi o di rocce, dove la femmina depone 4-8 uova di colore bianco sporco, punteggiate di rosso e covate per circa 13 giorni. Una volta schiuse i pulli rimangono alcune settimane con i genitori, finchè non imparano a volare autonomamente. Secondo alcuni studiosi, la grandezza e la tonalità della macchia gialla sul petto, è indice di qualità riproduttiva del passeraceo.

MINACCE: competizione per i siti di nidificazione, cambiamenti climatici bruschi, predazioni del nido, abbandono di aree agro-pastorali.

STATO DI CONSERVAZIONE: specie protetta dalla Direttiva Uccelli.

CLASSIFICAZIONE SCIENTIFICA:

  • Phylum: Chordata
  • Classe: Aves
  • Ordine: Passeriformes
  • Famiglia: Passeridae
  • Specie: Petronia Petronia

NOME IN SARDO: Pibischirra, poforinu, thrinedha, muntonarjari, crucculeu, ziria, furfurinu.

SU SEQUÈSTRU

[...] Dopo la morte del bisnonno di mio padre, Antonio Lai. che faceva il porcaro e di mio bisnonno, Luigi Lai anch'egli porcaro [...], mio nonno, Priamo Antonio Lai insieme a mio zio Beniamino, decisero di spostarsi, fecero un ricovero molto ben attrezzato, vicino al paese,durò poco il benessere, perchè dopo poco tempo Beniamino dovette lasciare l'attività a mio nonno, e a mio padre Luigi, perchè chiamato appunto alle armi nella campagna di Russia. Così mi è stato raccontato. Fu proprio qui che, accadde un fatto grave, per quei tempi, mio nonno Priamo, mi raccontò che pochi anni prima di morire, una sera d'autunno, mentre mio padre, appena dodicenne, era nella porcilaia proprio a S'Isca e Sa Cresia, a qualche chilometro dal paese, lui, si recò a cavallo al paese per fare provviste, e vendere della carne appena macellata. Caricò sul cavallo la merce e si allontanò, questo avveniva di consuetudine, e mio padre rimase da solo in S'Uili, a fare da guardia al bestiame, ma, come per destino delle cose, quando uno si trova solo e indifeso, successe un fatto molto grave.

Arrivarono nella loro porcilaia delle persone a cavallo, armati di fino, fucile sulle spalle e dei coltelli lunghi, che si intravedevano a penzoloni dalle selle, sembravano delle spade, i cavalli avevano la sella con delle bisacce laterali di cuio. Alcuni di loro erano barbuti, con il classico capello in testa "su berrettu".

Mentre si avvicinavano, mio padre pensava fossero dei cacciatori di passaggio, notava però che non c'erano cani al seguito, e allora pian piano mentre si avvicinavano, subentrava la paura, gli sguardi che s'intravedevano nei loro visi non erano amichevoli.

Infatti mio padre confermò, che i loro sguardi roteavano a 360°, scrutando qualsiasi cosa che vi era vicino a s'umbragu, la classica tettoia di frasche, era il riparo estivo e invernale del porcaro, poi osservavano "su barraccu", costruzione di frasche a forma di tronco di cono, era la casa del porcaro, lì svolgeva le attività e vi restava anche la notte, per dormire.

Quei cavalieri in pochi secondi, gli stavano proprio di fronte e gli chiesero se fosse solo e dov'era suo padre, lui disse che suo padre si era recato al paese, gli chiesero da quanto tempo era andato via e se tornava subito. Luigi era un ragazzino ancora poco smaliziato, disse che sarebbe tornato all'imbrunire, come di consueto.

Fu in quell'istante, che Luigi venne soprafatto da queste persone, scesero da cavallo, cambiarono atteggiamento, lo presero per un braccio, lo schiaffeggiarono e gli dissero di stare zitto, altrimenti lo avrebbero ucciso, era spaventato, ma ubbidì ai loro bruschi comandi.

Capì solo dopo, che quelli erano dei miseri ladri, venne rinchiuso e legato nella loro capanna, "Su Barraccu", e così con calma iniziarono a macellare non so quanti maiali, mio padre racconta che sentiva le urla della mattanza un maiale dietro l'altro. Mio nonno Priamo disse, che macellarono i maiali più in carne, ne tagliarono le parti che più interessava loro, cioè le cosce davanti e dietro per ricavarne poi i prosciutti.

Mentre si svolgeva la mattanza, mio padre era con le mani legate, ma riuscì a sfilare il suo coltellino a serramanico, s'orrosoedda, così si liberò della fune che lo legava. Riuscì ad uscire da una fessura tra le frasche verticali, dalla parte di dietro, per non essere visto durante la fuga. Cominciò a correre a più non posso, faceva anche freddo, ma non gli interessava, correva in direzione dela paese, seguendo dei sentieri alternativi, tutto per paura di essere raggiunto, e quando era in prossimità del paese, uscì nella strada maestra, quella sterrata, e così dopo un pò, incontrò mio nonno.

Avendo terminato velocemente la vendita delle carni e fatto provviste, fece un salto a casa da mia nonna per ritirare il pane, sa moddigina, per poi avviarsi anzitempo verso S'Isca e sa Cresia a S'Uili, chissà forse un presagio. Quando mio padre raccontò il fatto, rientrarono insieme in paese, e giuntovi, convocò subito delle persone amiche e qualche parente.

Venne organizzata una spedizione punitiva con serie intenzioni, senza lasciare vinti e vincitori, era una spedizione per la vita [...]. Arrivati trovarono uno scempio, tanti maiali fatti a pezzi, le interiora gettate per terra dappertutto, rimanevano solo le carcasse di quelle povere bestie senza le cosce, per terra, c'era sale dappertutto, questo faceva presagire che, erano arrivati lì, con chiare intenzioni delittuose.

Iniziarono a seguire le loro orme, ogni tanto trovavano il sangue per terra, che probabilmente cadeva dalle bisacce dei loro cavalli, notavano pian piano che i loro passaggi, in campagna portavano verso il territorio di Tertenia, verso l'orientale sarda. Mio nonno, già pensava che lì si sarebbe svolta la resa dei conti, anche gioco forza del fatto che lì, a Tertenia aveva degli amici di gran rispetto, gente coraggiosa, che lo avrebbero aiutato. Ma purtroppo, non era così, le orme e le tracce passavano dalla località di Cirra, per poi passare a Sa Canna, località che portava in direzione di Jerzu a Genna e Cresia, poi altre tracce superarono Jerzu, e portavano in direzione Ulassai.

[...] Fortunatamente vennero interecettati, mio nonno riuscì con uno stratagemma di amici a recuperare parte della refurtiva, mentre altre cosce furono vendute ad un commerciante di Ulassai per farne prosciutti, destinazione Pelau.

I ladri furono individuati uno per uno, ma senza prove reali, non potevano essere incriminati, in quanto la refurtiva fu abbandonata in un casolare di campagna, verso i tacchi di Ulassai, per poi essere ripresa, subito dopo essere lavorata, là, trovarono le cosce, già salate e con i pesi sopra.

Comunque, ebbero la loro dipartita, pagarono nel tempo molto caro quel loro gesto, uno, fu ucciso dopo poco tempo, mentre rubava in un ovile delle pecore, un altro morì avvelenato, alla festa di Osini lo trovarono con la bava alla bocca, per terra dietro una quercia, con i pantaloni calati, forse si era allontanato per fare il suo bisogno fisiologico [...]. Un altro lo trovarono in campagna con la testa fracassata, forse un litigio per balentia (prepotenza), si, perchè di lui, in paese si diceva fosse una persona, prepotente e manesca, data la sua statura e prestanza fisica si vanatava di non aver paura di nessuno. Poi qualche altro pagò, in altre maniere, gli bruciarono i terreni, forse dente per dente, da persone che ricevettero dispetti simili. Ma come si sa, quando qualcuno litiga con più persone, non si sà mai da chi arriva poi il dispetto ricevuto.

Così questa disavventura successa a mio nonno e mio padre, succedevano spesso, sia per il gusto del furto, con lo scopo dei proventi in denaro, oppure anche per fame, questa era la concausa, della povertà in cui la gente si trovava in quei periodi. In quelle zone, la fame talvolta superava l'onestà, e chi faceva queste azioni a danno di altri, pensavano forse di farla franca, per superare le difficioltà, ma purtroppo per loro non era sempre così.

 

Dal Libro "IN PUNT'E PEIS" di Ubaldo Lai, nato ad Osini e cresciuto in una parte della sua giovinezza a Perdasdefogu.

Contatti Ubaldo Lai:
e-mail centromilan57@gmail.com
telefono 3477057600

LA CONTA DEI GIOCHI

Pinni pinni

Tottu pinni

Tottu baku

Foglia e tabaku

Foglia e Pirò

Pruh Pruh

BAIDDU OI TUE TOTTU!

 

Questa era la conta per sapere chi doveva iniziare il gioco.

Si mettevano le dita su un piano formando un cerchio e si iniziava a contare, fino ad arrivare al destinato. Lo si usava per il gioco di moscacieca, chiesa, curridenni, fustigheddusu, attacca attacca, a scarca, a sa matta de s'arenada, per sapere chi faceva la pianta e via altri giochi che si facevano allora, anche per spartire un qualcosa ch'era indivisibile.

 

Dal Libro "IN PUNT'E PEIS" di Ubaldo Lai, nato ad Osini e cresciuto in una parte della sua giovinezza a Perdasdefogu.

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PRATICANTE DI EUTANASIA                                                                              Traduzione:

Isteddas a claro, furadas da e chelu,                                                                     Il chiarore di quelle stelle rubate in cielo,
abbaunzu a formas, lisco esti iscuridu,                                                                  lascian le loro impronte nel cielo scuro,
isteddos formados, innidos che velu,                                                                     eran formate e coperte dal bianco velo,
sos occos meus abaccados, furen lassidu.                                                            or avvolgono gli occhi, come un buio muro. 

Cade die, in cussa vida solu e fadigare,                                                                 Il mio vissuto, eran coperti dalla fatica,
s'esistentzia, at acabadu su camminu,                                                                  arrivo ora, al termine del lungo cammino,
amores intensos, cun dolore a lassare,                                                                 dolore, dover lasciare gli affetti di una vita,
arribada sa imposta, e alluttu su luminu.                                                                l'annuncio, or si è acceso come un lumino. 

Chircare feminas, pro faghere sa funzione,                                                            Cercare? Chi?, La donna ideale alla funzione,
in su tardu, lassau a pensare tottu s'ora,                                                               l'attesa a sera, che il mal possa andare via,
de vida, ind'abbarrada po issu s'illusione,                                                              a lui rimaneva di quella vita, solo l'illusione,
como, calau su silensiu de s'accabadora.                                                             ora è tempo, lei ha il commando dell'eutanasia. 

Intrada fude in domo, setzida dos minutos,                                                           La donna entrò, stette lì, solo pochi minuti,
omines essidos, lassande cussa istanza,                                                             gli uomini, uscirono tutti da quella stanza,
oche si serat, accrustare, e issos mutos,                                                             si sentì un urlo, loro lì ascoltavano, muti,
intarde, sos parentes, limpiare sa mattanza.                                                         poi entrati, a pulire la grazia della mattanza.

 

Storia o leggenda?

Era compito di Sa Femina Accabadora, procurare la morte a persone in agonia.

Studi approfonditi e analisi della documentazione rinvenuta presso curie e diocesi sarde e presso musei, hanno accertato la reale esistenza di questa figura.

S'Accabadora era una donna che, chiamata dai familiari del malato terminale, provvedeva ad ucciderlo ponendo fine alle sue sofferenze. Un atto pietoso nei confronti del moribondo, ma anche un atto necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le classi sociali meno abbienti: negli stazzi della Gallura e nei piccoli paesi lontani da un medico molti giorni a cavallo, serviva ad evitare lunghe e atroci sofferenze al malato.

Ella arrivava nella casa del moribondo sempre di notte e, dopo aver fatto uscire i familiari che l'avevano chiamata, entrava nella stanza della morte: la porta si apriva e il malato, dal suo letto d'agonia, vedeva entrare "sa femina accabadora" vestita di nero, con il viso coperto, e capiva che la sua sofferenza stava per finire.

Il malato veniva soppresso con un cuscino, oppure la donna assestava il colpo de su mazzolu provocando la morte.

S'Accabadora andava via in punta di piedi, quasi avesse compiuto una missione, ed i familiari del malato le esprimevano profonda gratitudine per il servizio reso al loro congiunto offrendole prodotti della terra.

Quasi sempre il colpo era diretto alla fronte, da cui, probabilmente, il termine Accabadora (da Acabar = terminare), che significa alla lettera dare sul capo. Su mazzolu era una sorta di bastone appositamente costruito e che si può vedere nel Museo Etnografico Galluras.

È un ramo di olivastro lungo 40 cm e largo 20, con un manico che permette un'impugnatura sicura e precisa. Su mazzolu è stato trovato nel 1981: s'Accabadora lo aveva nascosto in un muretto a secco vicino ad un vecchio stazzo che una volta era la sua casa.

In Sardegna ella ha esercitato fino a pochi decenni fa, soprattuto nella parte centro-settentrionale dell'isola. Gli ultimi episodi noti di accabbadura avvennero a Luras nel 1929 e a Orgosolo nel 1952. Oltre i casi documentati, moltissimi sono quelli affidati alla trasmissione orale e alle memorie delle famiglie. Molti ricordano un nonno o bisnonno che comunque ha avuto a che fare con la signora vestita di nero.

A Luras, in Gallura, s'Accabadora uccise un uomo di 70 anni. La donna non fu condannata e il caso fu archiviato. I carabinieri, il Procuratore del Regno di Tempio Pausania e la Chiesa furono concordi che si trattò di un gesto umanitario. Infatti tutti sapevano e tutti tacevano, nessuna condanna sembra sia stata mai perpetrata nei confronti di questa donna missionaria che si faceva carico materialmente e moralmente di porre fine alle sofferenze del malato.

La sua esistenza è sempre stata ritenuta un fatto naturale...come esisteva la levatrice che aiutava a nascere, esisteva s'Accabadora che aiutava a morire. Si dice addirittura che spesso era la stessa persona e che il suo compito si distiguesse dal colore dell'abito (nero, se portava la morte, bianco o chiaro, se doveva far nascere una vita).

Questa figura, espressione di un fenomeno socio-culturale e storico è la pratica dell'eutanasia, nei piccoli paesi rurali della Sardegna è legata al rapporto che i sardi avevano con la morte. Nella cultura sarda, non è mai esistita una vera paura di fronte agli ultimi istanti di vita dell'uomo. Si può anzi dire che i sardi avessero una propria e personale gestione nel provocare la morte.

 

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IR BREBUS PÒ MOMMOTTI

In custu lettu mi corcu finciasa a orbesciu,
chi Deus mi castidi de susu, innoi abbasciu.

Nostra Sennora cun su velu imbuscidi sa stanza,
po n'di fai fuiri is Cogas e Boes de custa creanza.

Aicci con Tui, ormu eni e siguru tottu sa notti,
s'omu esti protetta, de cussu malu Mommotti.

Tandu mi corcu, e nau ir litanias in custu lettu,
a guardia ir'Janas e S'Angelu onu cussu perfettu.

Aicci a mengianeddu m'indi scidu cun su soli,
faccu sa ruggi, castiendu bia Santu Sarbadori.

Ca ir'Janas e S'Angelu perfettu a bigliau su camminu,
su malu, chi er benniu? S'è fuiu pommori e Serafinu.

 

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SU ESTIRI

Ben sappiamo di quel popolo dai canti,
che le genti ben vestivano con lo stile,
coi gambali e su berrettu tutti quanti,
per compagno sulle spalle un bel fucile. 

Vestiti lana e orbace e camicie con le braghe,
pantaloni olivastri di velluto con la giacca,
nei bottoni tanto oro per le feste o per le sagre,
anche usati poi in campagna ai lavori di fatica.

Ma le donne di ogni età, ben vestivan differenti,
scarpe scure gonna lunga a pieghettine e la blusa,
tre colori lor mostravan, a quegl'uomin diffidenti,
han in testa "su muccadori", la gente vien confusa.

È distinta, ecco arriva la sposina ha in testa il marrone,
la nubile col bianco, il suo passo pavoneggia di passione,
ma nel rispetto degli assenti, di un colore Lei ha il velo,
veste sempre in compostezza, con rispetto ecco il nero. 

E via via, in questi tempi c'è il cambio e molta spinta,
le persone ben vestite alla moda tra tutti è ben distinta.

 

Negli anni passati le donne avevano in testa "su muccadori", i colori erano tre, servivano per distinguere lo stato civile delle donne, s'era sposata, oppure nubile o nel caso estremo fosse diventata vedova. Perciò, quando si vedeva una donna per la strada, o ad una festa, ben si guardava il prossimo avventore di corteggiamento a scegliere la predestinata. Nel caso avesse il fazzoletto marrone, significava ch'era sposata, provate ad immaginare l'ira del marito venuto a conoscenza del torto subìto, erano guai allora, in Italia c'era ancora il delitto d'onore. Se la malcapitata era nubile, era riconoscibile, aveva il fazzoletto bianco, quindi, si poteva corteggiare, a meno che, ci fosse già qualcuno nella lista, allora veniva fuori la competizione, talvolta anche con "picciurrusu", liti. Nel caso estremo della vedova, aveva il fazzoletto nero, questa era una situazione delicata, perchè doveva passare almeno un anno di lutto, tutta vestita di nero, e, nessuno poteva o doveva fare allusioni o corteggiamenti, proprio nel rispetto del mancato. Se dopo l'anno la vedova teneva comunque il nero, c'era la possibilità di corteggiarla, sempre con dovuto rispetto e, solo Lei poteva decidere se accettare, e lasciare così quel colore definitivamente.

 

Dal Libro "IN PUNT'E PEIS" di Ubaldo Lai, nato ad Osini e cresciuto in una parte della sua giovinezza a Perdasdefogu.

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Perdasdefogu, paese ogliastrino famoso per i suoi "abitanti" Centenari. 

Nel pian di quell'antica terra, distesa e soleggiata,
tra i campi e le colline, esposto al vento e ai temporali,
tal Foghesu, come prima donna è la più privilegiata,
tutto è noto già da tempo, ora è scritto negli annali.

Laboriose, verso i campi delle tanche van di giorno,
alla sera, rincasando con legna a spalle fan ritorno.

Solo alcuni e conosciuti non son certo dei disertori,
con greggi negli ovili solitari, costruiti con le frasche,
il formaggio fan di notte, nella quiete diligenti i pastori,
son sapienti a portar cibo, quella vita è per le tasche.

L'indomani, aria fredda e un pò di brina al mattino,
tanti amici e sconosciuti stanno lì in mezzo a tutti,
un caffè al bar di mezza strada non certo a bere vino,
si dispensan tra i presenti pacche e abbracci con saluti.

Esclamando a voce piena, le parole, consonanti e vocali,
e beh..., e tandu, eja, saludi, a sa moda er becciusu, asibiri
espressioni conosciute, van scemando quelle tipiche locali,
parole incomprensibili, come parlare il sardo con gli assiri.

Nel paese po s'aggiudu le casette son poi insieme costruite,
nei lavori le persone arrivan tutte, per lo spiedo e le bevute,
muratori e manovali, dopo il doce qualche canto intonau,
murra e scherzi, la concausa è sempre il locale cannonau.

Poi qualcuno conosciuto ci saluta, quello sì! In battute si diletta,
è Bruno e non di pelle, porta sempre quella tipica maglietta,
ecco altri, fanno cenno verso il capo, parlan solo delle guerre,
ah! Son dei vecchi tempi, sanno bene raccontar delle altre terre.

Il paese ha donato natali, di modestia conoscenza a degli artisti,
noti a dare sfarzo, in quest'anni musicisti, scrittori e giornalisti,
non di me, certo non parlo, perchè sono coinvolto ad oltranza,
non vorrei prender posto, senza aver prima la sicura risonanza.

Scorron lente le stagioni, compiacenti per la vita al paesello,
i giri a s'Arcu es Passus e Tueri, cavalcando il docile asinello,
sulla groppa aveva ogni cosa, lo teneva il padrone con le mani,
dopo un pò tappa obbligata, la bevuta alla fonte Pedd'è Cani.

Nel paese tutti san ed è ben noto che si piange all'arrivo,
meditando le parole degli anziani, conosciute nel giulivo,
al meriggio, analizzo e rifletto sul pensiero della credenza,
mi sovvien ora quel detto! Che si piange pure alla partenza.

 

Dal Libro "IN PUNT'E PEIS" di Ubaldo Lai, nato ad Osini e cresciuto in una parte della sua giovinezza a Perdasdefogu.

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"Storia di Zia Consolata Melis, centenaria della nota famiglia Melis, Guinness dei Primati"

 

Dai natali una famiglia ben coesa, per l'amore il suo vissuto, da buon seminatore a raccolta anche il giorno dell'ultimo saluto.

Nei suoi giorni era fermo il principio salutare del rispetto, la saggezza di una vita, custodito dalla donna nel suo petto.

Nel rione "Corte e Ois", provvedeva al bisogno del malato, ogu malu (malocchio), aberbus (miscuglio di elementi  "ad es. acqua e grano, olio e saliva" contro il malocchio) e pregantus (la preghiera) regalava sovvente al designato.

Un dì la ricerca al genoma, su qualcuno quell'idea fece breccia, dai record globali, prese i dati del longevi e partì come una freccia.

Solo un eco, la famiglia foghesina più longeva in tutto il mondo, ben spianato già quel lustro, ecco i Melis con i media a tutto tondo.

Ben sia sa che nei sardi il cromosoma M26 è longevo e conservato, con "AKeA" si conferma che i Melis di Consola fanno sempre risultato.

Dal Giappone all'America e più. si parlava del paese Ogliastrino, attenzioni al minestrone di legumi e ai fenoli del locale di quel vino.

Il rubino con fenoli da vallata di Marteddu, ben prodotto e apprezzato, han notato la libellula degli Odonati, in ambiente salutare e conservato.

Zia Consola, la nonnina adottata dal paese, trascorreva il suo vissuto, alla gente per la via, non lesinava quello sguardo elegante con saluto.

Grande eco su di Lei, fece muovere la scienza e non solo ai cent'anni, giunse il record con la giusta risonanza, in regalo alla fatica dei suoi anni.

Sviluppando il mio pensiero nel ricordo, si disperdono come il vento, ecco i fatti! Grande festa nel paese con i Melis la giornata di quei cento.

Conosciuta con il Guinness dei primati, ecco inserbo un pò di storia, a quel Tore del paese, l'occasione non scappò, per svelare la sua gloria.

Arrivò la dipartita il fatidico disguido per congiungersi su nell'alto, dalla terra foghesina nella quiete mattutina in silenzio fece un salto.

Ah! Se potessi, da mortale di pensare l'accoglienza che gli han fatto, gran banchetto tra i decani e i suoi angeli che in quest'anni han vegliato.

Lor, ci guardano pressanti che l'esempio di Consolata è un punto fermo, nel Paese di Foghesu dai piccini ai grandi un ricordo indelebile in eterno.

 

Dal Libro "IN PUNT'E PEIS" di Ubaldo Lai, nato ad Osini e cresciuto in una parte della sua giovinezza a Perdasdefogu.

Contatti Ubaldo Lai:
e-mail centromilan57@gmail.com
telefono 3477057600

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