Sa Binnenna Antiga

Scritto da 
Vota questo articolo
(1 Vota)

di

Carlo Corda

 

Nel passato per molte famiglie dell’Ogliastra il mese di Settembre era il più importante dell’anno perché era il tempo della vendemmia. Ai primi di quel mese, infatti, iniziavano in modo frenetico i preparativi affinchè tutto fosse pronto per raccogliere i grappoli di uva matura, frutto delle fatiche di un anno. Anche in casa di Giovanni,  che allora era un ragazzo di meno di dieci anni, fervevano i preparativi. Suo padre, esperto contadino viticultore, stava provvedendo a revisionare e a rendere impermeabili le grandi botti di legno ben allineate dentro su magasinu (il magazzino). Aveva già ripulito e lavato le vasche di raccolta dell’uva, e aveva rimesso a nuovo is crobis e is sacchittas (corbule e sacchette), i contenitori dei grappoli d’uva appena colti. Era già stato preso accordo con su carradori, un proprietario di un carro a buoi che da anni veniva ingaggiato per provvedere al trasporto dell’uva dalla campagna al magazzino. Is binnennadores (i vendemmiatori) venivano ugualmente ingaggiati nei giorni immediatamente precedenti all’inizio della vendemmia con un semplice accordo verbale. Quello che si sarebbe portato a casa avrebbe rappresentato l’unico reddito per la famiglia, e si viveva con la speranza che il raccolto fosse buono e abbondante.

Sin dall'ultima settimana del mese di Agosto almeno ogni due giorni il padre di Giovanni si recava in campagna per controllare il grado di maturazione dell’uva. Al rientro a casa, rivolgendosi a sua moglie, la mamma di Giovanni, quasi sempre diceva: si su tempu si aggiudada adaessiri una annada bona (se il tempo ci aiuta sarà una annata favorevole). Le strade di campagna erano semplici sentieri sconnessi, polverosi in estate, disastrati dalla pioggia e dal fango in inverno. La sua paura, e in generale di tutti i contadini, consisteva nel fatto che, se avesse piovuto con intensità nel periodo della vendemmia, non potendo provvedere alla raccolta dell’uva matura, quella sarebbe ammuffita. Con terrore veniva evocato dai coltivatori il pericolo della grandine. La famiglia di Giovanni viveva quei giorni d’attesa con ansia e speranza.

Nel giorno prestabilito la sveglia era fissata, per tutti, alle due del mattino. Su carradori aggiogava i buoi al carro, il padre di Giovanni, aiutato dai binnennadores, fissava sa cubidina (un tino di legno a doghe) sul veicolo e, finalmente, si partiva per raggiungere la vigna di Pelau Mannu o di Pranargia. Nell’aria fresca della notte i buoi andavano di buona lena, trascinando il carro col pesante tino, dentro il quale avevano trovato posto alcuni dei binnennadores. Giovanni e i suoi fratelli amavano andare a piedi appresso al carro e camminavano con passo veloce senza perdere terreno. Questo li faceva sentire più grandi, quasi degli adulti. Quelle notti di settembre erano bellissime. Su di loro il cielo era punteggiato di milioni di stelle, e i ragazzi sapevano individuare la Via Lattea, il Grande Carro, la Stella Polare. Il silenzio della notte era animato dal canto dei grilli e nel buio si udivano i latrati dei cani provenienti dai casolari e dagli ovili sparsi in campagna. Ascoltavano il verso di qualche rapace notturno, sopratutto della civetta e, talvolta, scorgevano volare vicino il grande e bianco barbagianni. Dalla campagna arrivavano distintamente i suoni dei campanacci, i belati delle greggi di pecore al pascolo e i richiami dei pastori. Giovanni si divertiva ad alternare i tratti a piedi con più comodi tragitti sul carro, dentro il tino, da dove poteva osservare l’ambiente circostante immerso nell’oscurità della notte. Alle prime luci dell’alba iniziava ovunque il canto delle pernici a cui, subito dopo, si univa quello degli altri uccelli. I due maestosi buoi dalle grandi corna trascinavano senza fatica il carro con i suoi passeggeri. Su carradori dava pochi e secchi comandi ai quali i due pazienti animali obbedivano docilmente, senza mai sbagliare percorso. C’era un’intesa perfetta con la loro guida, al punto che pareva annuissero quando li chiamava coi loro nomi, Generosu e Poderosu, che rispecchiavano il carattere di ciascuna delle bestie. Una volta giunti alla vigna, i buoi venivano liberati dal giogo e assicurati a una staccionata. Una robusta razione di paglia e fave e i nobili animali avrebbero trascorso il resto del giorno mangiando, ruminando e riposando.

Il carro veniva fissato al suolo con due solidi puntelli e i vendemmiatori potevano finalmente iniziare il riempimento del grande tino, in cui svuotavano le corbule ripiene dei grappoli d’uva appena colti. Giovanni correva con i fratelli in mezzo ai lunghi filari, coglieva qualche grappolo e addentava gli acini turgidi di succo saporito. Quando era l’ora si fermavano tutti a mangiare con grande appetito il panino con formaggio o marmellata che si erano portati da casa, poi scorrazzavano nella grande distesa delle stoppie vicine alla ricerca di allodole, quaglie, pernici, lepri. Le ore trascorrevano veloci e quando, di primo pomeriggio, il tino era colmo, i buoi venivano nuovamente aggiogati al carro e tutti insieme ripartivano per il viaggio di ritorno. Il carico da trainare era veramente pesante e le due povere bestie, benchè robuste e maestose, dopo alcuni chilometri incominciavano a emettere dalla bocca una bava bianca e schiumosa che colava a terra in grandi chiazze. Nei tratti in salita la fatica era notevole e i due animali rallentavano il passo. Su carradori li aizzava con su strumbulu, una lunga pertica di castagno che proseguiva con una punta metallica e con un sottile frustino di pelle. Pungendo loro la parte alta della coscia, spronava le due bestie. Sarebbero stati guai se si fossero fermati, spiegò il conduttore a Giovanni, infatti sarebbe stato impossibile ripartire da fermi nel tratto in salita, perciò bisognava mantenere il passo. Un’eventuale sosta li avrebbe costretti a tornare indietro, sino al tratto in pianura, per riprendere slancio. Tuttavia Giovanni faceva il tifo per i due buoi che schiumavano per la fatica. Appena superato il culmine della salita e imboccata la discesa, senza arrestarsi le due bestie defecavano abbondantemente e orinavano a lungo, disegnando sul terreno una linea curva lunga almeno dieci metri. Nel tardo pomeriggio si arrivava finalmente a casa e subito iniziava la seconda parte della giornata di vendemmia. Il carro trainato dai buoi entrava nel grande cortile e veniva fatto accostare all’ingresso del magazzino. Finalmente gli operai potevano iniziare lo scarico dell’uva. Uno dei lavoranti impugnava su trabuzzu (un forcone con quattro punte metalliche), entrava nel tino, infilzava il cumulo d’uva e riempiva le corbule, le quali venivano svuotate dentro la macina che schiacciava i grappoli, liberando il succo che veniva riversato nelle vasche come mosto. Dalle vasche veniva trasferito con una pompa a mano nelle grandi botti (is cupponis), dove sarebbe diventato vino. Si lavorava senza sosta sino a che l’ultimo grappolo non fosse stato macinato e il mosto messo in sicurezza. Alla fine, stanchi e soddisfatti, i lavoratori si lavavano con l’acqua che veniva attinta dalla grande cisterna del cortile e, finalmente, si andava tutti a cena.

«Appu biu ca s’ascina è bella» (ho visto che l’uva è bella), esclamava con soddisfazione la mamma di Giovanni. «Sana, bella e de gradu bonu» (sana, bella e di buona gradazione), rispondeva il padre con espressione soddisfatta, «sperausu chi su tempu si aggiudidi» (speriamo che il tempo ci aiuti). La cena veniva consumata con grande appetito e subito dopo si andava a dormire per essere ben riposati il mattino successivo. Questa era la tipica giornata di vendemmia per la gente di campagna.

 

Letto 1024 volte