Burriccu

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Francesco Canu

 

Un vecchio. Era solo un vecchio. Un vecchio con la pelle rugosa, temprata dal vento e bruciata dal sole di innumerevoli giornate passate all'aperto. Un vecchio carico di rancore che aveva passato gran parte della sua vita rintanato in montagna. Come un animale selvaggio. Anzi. Come un animale da soma. Così si era sempre sentito, lavorando dall'alba al tramonto.

“Trabbàllada comente unu burriccu, e d'aèra' puru!”.

Questo è quello che la gente diceva di lui, in paese.

Un vecchio con una famiglia che non vedeva mai. Una moglie. Due figlie. Da quanto non le vedeva? Non aveva tempo. Le capre andavano seguite, non poteva abbandonarle.

Era soltanto un vecchio stanco. E adesso era lì. Immobile. Sull'altopiano di Golgo. Dietro di lui “su Sterru”, la profondissima voragine che si apre nell'altopiano. E davanti ai suoi occhi una leggenda.

Perché di questo si trattava. Perché ne aveva sentito narrare la storia sin da quando era piccolo. Perché nelle lunghe giornate passate con il padre a fare avanti e indietro con le capre sulle montagne, a mungerle e a fare il formaggio, la sera si ritrovavano davanti al fuoco e lui gli raccontava delle storie. E la storia dell'essere che si trovava davanti adesso, l'aveva sentita un milione di volte. Quell'essere mostruoso, che in passato si diceva vivesse da quelle parti, a Golgo, a qualche chilometro da Baunei, terrorizzandone gli abitanti. Lo si descriveva come una sorta di drago, che con uno sguardo poteva uccidere chiunque gli si parasse davanti. Per questo i Baunesi, disperati, si rivolsero a S.Pietro. Ed egli, benevolo come tutti i santi, salì sull'altopiano ed affrontò il mostro. E lo sconfisse. Con un espediente semplicissimo rivoltò il potere del mostro contro di esso. Un piccolo frammento di specchio mise fine alle disgrazie della popolazione baunese. Il mostro scappò via e i baunesi, per ringraziare il santo edificarono a Golgo una chiesa in suo onore. Si ricordava bene quella storia. Perché quando suo padre gliela raccontava, era felice. Perché quelli erano gli unici momenti piacevoli che trascorreva con lui. Suo padre, come lui e più di lui, era “unu burriccu”. Trattava tutti malissimo. E trattava male lui, suo figlio. Gli rispondeva sempre in malo modo e non aveva mai avuto per lui un gesto d'affetto. L'aveva educato secondo le dure regole della montagna. E lui, ancora piccolo e innocente, lo odiava, per questo. Si ripromise che non sarebbe mai diventato come lui, che se mai avesse avuto dei figli li avrebbe trattati con amore. Ma non riuscì a mantenere la promessa. Perché quella montagna inospitale e crudele, che ti consuma dentro, che ti prosciuga l'anima, lo aveva reso esattamente uguale a suo padre: “unu burriccu”.

Che non aveva mai avuto un moto affettuoso verso sua moglie. O verso le sue figlie. Che adesso lo odiavano, probabilmente. E chissà dov'erano, ormai, visto che alla prima occasione si erano sposate ed erano andate via e non le aveva più viste. E questo lo rattristava. Non riusciva più a stare in un posto dove nessuno lo amava. Perciò satava in montagna. Dall'alba al tramonto. Senza sosta. E il suo cuore a mano a mano si induriva. Sempre di più. Sempre più duro.

Sempre più simile a suo padre.

Suo padre. Lo odiava, suo padre. Lo odiava perchè erano uguali.

E in quell'attimo, mentre davanti a lui il mostro si preparava ad attaccarlo, inaspettatamente si ritrovò a pensare alle serate passate davanti al fuoco con lui. Stanco ma felice. In quell'attimoi, inaspettatamente, l'odio svanì.

Gli venne da ridere. Poi pianse. E poi rise ancora. Perché in quell'attimo, mentre lo sguardo del mostro lo uccideva, lo perdonò. E si rese conto di avergli sempre voluto bene. Nonostante tutto.

"Ca fudi unu burriccu. Ma de su restu peri geo..."

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