La vendetta di Martiperra

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di

Manca Emiliano

 

Nel 1873, in una località imprecisata dell’Ogliastra, avvenne un fatto di sangue molto diverso da quelli che alimentano le leggende su banditi e disamistades. All’epoca, l’episodio fece scalpore, attirando sulla piccola comunità l’attenzione dell’intera Sardegna. Ma via via che emergevano i tratti della vicenda, un tacito accordo unì Capo di Sopra e Capo di Sotto nello stendere sui fatti e sui loro anonimi protagonisti una cappa di oblio durata fino ad oggi. Il resoconto che segue è ispirato a quel poco che resta del verbale del processo.

-Signor Giudice, lo so che i testimoni sono tutti contro di me, ma sto dicendo la verità. Mi accusano perché ho lavorato l’ultimo giorno del carnevale, quando non si deve. Dicono che l’ho fatto per rovinare la festa a tutto il paese, ma non è vero. Vogliono punirmi perché dicono che se qualcuno lavora quel giorno il cielo non dà acqua e i campi non dànno raccolto. Ma glielo giuro, signor Giudice, io volevo rispettare la tradizione, solo che non ho potuto. Lei ha figli? Io lo so che anche lei ha figli, signor Giudice. E allora, si metta al mio posto! Non fa di tutto per dare da mangiare ai suoi figli? Se si ammalano, non fa di tutto perché guariscano? E io così ho fatto. Mio marito è morto l’anno passato, e mi ha lasciata con sette figli. Uno solo era grande abbastanza per lavorare, e ha preso il posto di suo padre in campagna. Ma pochi giorni prima di carnevale si è ammalato. Non poteva alzarsi dal letto. Lei che cosa fa, signor Giudice, se le succede una cosa come questa? Non ci va a lavorare al posto di suo figlio per tutta la famiglia? Non lavora per comprare le medicine che servono a guarirlo? E io così ho fatto. Sono andata a pulire in casa dello Straniero, quella in fondo al paese. Lo so che cosa dicono i testimoni… che non era per pulire che ci andavo. Ma, signor giudice, mi guardi! Le sembro una che fa di queste cose con il marito morto da poco? Le sembro una che cerca uomini mentre i suoi figli sono senza mangiare? Io andavo dallo Straniero a pulire, cucinare, dare da mangiare agli animali, e quando imbruniva tornavo dai miei figli. Il martedì di carnevale lui mi ha detto di andare a lavorare a casa sua. Che cosa ci posso fare io se lui non è di qua e dalle sue parti a carnevale lavorano tutti? Ho provato a dirglielo che qui non è così, ma lui si è messo a ridere. Diceva che sono cose da ignoranti, che il cielo non guarda quello che facciamo noi per decidere di dare acqua alla campagna. E mi ha detto o vieni martedì o non venire più e chiamo un’altra. Lei che cosa fa se le dicono così, signor Giudice? Non ci va a lavorare per suo figlio malato? E io così ho fatto. E i testimoni dicono che l’ho fatto apposta, che non me ne importava di lui perché non era figlio mio. È vero che è nato dalla prima moglie di mio marito, ma quella povera donna è morta mettendolo al mondo e lui non l’ha mai conosciuta. Io l’ho tenuto in braccio da quando è nato, da quando gli facevo da balia. Gli ho voluto bene da subito, signor Giudice, come a un figlio mio. E dopo che sono diventata la moglie di suo padre e sono nati gli altri sei, lui li ha trattati sempre come suoi fratelli. E quando mio marito è morto ha lavorato per loro e loro gli volevano bene. E i testimoni dicono che lo odiavo, che si è ammalato perché l’ho avvelenato io, ma io neanche lo so come si avvelena un cristiano, signor Giudice! Dicono che lo odiavo perché non era mio figlio davvero e che l’ho avvelenato perché non mi faceva andare dallo Straniero. Ma queste sono bugie di quelli che mi odiano. Lui non pensava queste cose, signor Giudice, lui sapeva che gli volevo bene. È vero che non era d’accordo a andare dallo Straniero, ma solo perché aveva paura di quello che poteva dire la gente in paese… e aveva ragione, lo dovevo ascoltare! Ma come fanno a dire che l’ho avvelenato?! Come si permettono di accusarmi di avere ammazzato mio figlio mentre sto portando il lutto per la sua morte? Non hanno pietà, signor Giudice! E poi mio figlio non è morto avvelenato… la polizia ha detto che l’hanno ammazzato a coltello, ma non è vero neanche questo. Il coltello non l’ha trovato nessuno, e dicono che l’ho nascosto io. Dicono che ho usato il coltello perché lui si era accorto che lo avevo avvelenato e voleva fuggire di casa e raccontare tutto mentre ero dallo Straniero. Ma un coltello con una lama come quella non lo troverà mai nessuno, signor Giudice! Non lo troveranno perché non c’è. Mio figlio non l’ha ucciso un coltello. Mi ascolti, signor Giudice, che gliela racconto io la storia vera.

Quel giorno, il martedì di carnevale, stavo andando dallo Straniero come lui mi aveva detto. Quando sono arrivata al portale del cortile, l’ho trovato aperto come sempre. Ma sulla soglia c’era un gatto nero seduto, grande come un bambino di dieci anni. Stava lì e mi guardava con occhi gialli. Si può immaginare, signor Giudice, lo spavento che mi ha preso. Dicono che un gatto nero è il demonio. Allora ho stretto forte il crocifisso che porto sempre al collo e ho gridato alla bestia di andare via. E la bestia mi ha risposto così:

“No mi neris cattò,

ca Martiperra sò,

ca seu Martiberri

benniu po ti ferri!”

Io ho recitato un Padrenostro e quel demonio è scomparso. Non ho raccontato a nessuno quello che mi era successo. Ho lavorato per tutto il martedì e sono tornata a casa. E quando sono entrata nella stanza dove coricava mio figlio, l’ho trovato morto, con quegli squarci e il sangue tutto intorno sul letto. I bambini non si erano accorti di niente. Non avevano visto nessuno. Lo so che cosa dicono i testimoni: che hanno visto tutto e non raccontano niente perché gliel’ho detto io. Sono cattiverie, signor Giudice, cattiverie di persone che mi odiano da quando è morta la prima moglie di mio marito. Anche di avere ammazzato lei mi accusano... magari perfino di avere ucciso lui! Ma io sono una madre, signor Giudice, e una madre fa di tutto per la vita dei suoi figli, non per la loro morte. E io così ho fatto. Mio figlio l’ha ucciso Martiperra, per punire me che lavoravo il martedì di carnevale. La sua morte è colpa mia, questo è vero, ma non l’ho ucciso io. Se non crede a quello che ho raccontato, signor Giudice, chieda ai poliziotti che hanno visto il corpo di mio figlio. Chieda a loro se gli squarci nel suo ventre somigliavano a ferite da coltello o a graffi di gatto. Chieda, signor Giudice!-

La donna fu condannata per l’omicidio. Non risulta se i poliziotti siano stati interpellati circa l’aspetto degli squarci sul ventre del ragazzo.

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