La leggenda del Trenino Verde

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Anastasia Agus

 

Il Fly-bus procedeva velocemente, mentre stavo poggiata al sedile e guardavo il mondo là fuori. Il mezzo sfrecciava tra i palazzi, l’enorme serpente volante frenava la sua corsa ad ogni fermata, mentre decine di passeggeri scendevano dal mezzo e altre decine prendevano posto. Ogni mattina, mentre mi recavo a lavoro mi divertivo a guardare i volti dei passeggeri che casualmente si sedevano di fronte a me e provavo ad immaginare le loro vite. Quella mattina mi si sedette davanti una vecchina, curva sulla schiena. Aveva capelli bianchi raccolti in una lunga treccia, lunga a tal punto da sfiorarle le ginocchia, sul viso gli anni erano scavati in profonde rughe che le ricamavano l’intero volto. Guardavo quel viso e provavo ad immaginare la sua infanzia e i suoi giochi di un tempo passato. I miei pensieri furono disturbati dal rumore metallico dell’altoparlante che annunciava il nome della fermata. Ecco, Piazza Fortuna. Scesi dal mezzo, ma nella mia mente tenevo ferma l’immagine della vecchina.

Davanti a me si stagliava nel cielo il palazzo che ospitava la clinica di ibernazione in cui lavoravo, in cui ero primaria. Attraverso l’ibernazione cercavamo di salvare vite umane, di salvare persone per le quali non esisteva al momento una cura, con la speranza che durante gli anni di ibernazione la tecnologia medica facesse dei passi avanti, tali da curare malattie prima impensabili da curare.

Quella mattina il mio staff mi rendeva noto che la paziente 0036 poteva essere operata e quindi che avremmo dovuto procedere con lo sbrinamento.

Il momento dello sbrinamento per me era sempre molto emozionante. Il cuore ricominciava a battere e il sangue tornava ad irrorare le vene e ogni singolo capillare. La vita ripartiva.

Camice, guanti e mascherina pronta per entrare in sala, solo quattro ore per riportare in vita la paziente 0036. Dopo un estenuante procedura di sbrinamento la signora ormai ottantenne era capace di respirare autonomamente e di svolgere tutte le funzioni vitali e fisiologiche in modo completo.

Andai dalla paziente per informarla che presto sarebbe stata sottoposta alla cura che tanto aveva desiderato, ma non mi aspettavo che quel giorno la mia vita cambiasse.

Mi raccontò che lei visse in prima persona la rivoluzione del 2016, nonostante avesse solo otto anni, ricordava esattamente il modo in cui cercarono di distruggere il mondo così come lo conoscevano fino ad allora e cercarono di imporre il nuovo mondo così come lo conoscevo io. Nel 2016 il fronte sud- orientale in accordo con il fronte nord-occidentale ribaltò la società civile imponendo un nuovo stile di vita. Il futuro, dicevano, è la miglior soluzione. Distrussero ogni cosa che ricordasse il passato e imposero una lingua unificata. Il 2016 segnò il passaggio ad un nuovo mondo dove non vi era più traccia di quello che fu il passato.

Nessuno sembrava più ricordare le vite dei propri avi, si era innescato un oblio generale, nessuno più ricordava come si vivesse prima del 2016.

La paziente 0036 invece ricordava, credo che fosse l’unica persona al mondo a ricordare, tanto che iniziò a raccontami un storia.

Diceva che un tempo i Fly-bus si chiamavano treni e che non sfrecciassero nei cieli ma bensì sulla terra. Io rimasi sbalordita da tale notizia, inoltre mi disse che uno di questi treni era molto conosciuto e famoso. Gli abitanti dell’Ogliastra lo chiamavano Trenino Verde. Incredula mi feci raccontare quante più cose ricordasse.

Decisi di andare alla ricerca del trenino, anche se trovarlo sarebbe stato molto difficile.

Attraverso il racconto di Antonia, la paziente 0036, riuscì a localizzare il posto di quella che un tempo era la stazione dei cosiddetti treni.

Per riuscire ad arrivare ai binari dovetti percorrere un lungo tratto scosceso e addentrarmi in un anfratto roccioso. Quello che si spalancò di fronte ai miei occhi era incredibile. Una città sotterranea prendeva forma, le case erano diroccate, i binari divelti, le strade distrutte, ma nonostante i segni della rivoluzione la città era lì. Maestosa si stagliava di fronte ai miei occhi. Rimasi per alcuni secondi senza fiato, incredula, ma felice.

Antonia aveva ragione, mentre io ero stata molto più scettica, tanto da credere che ciò che mi raccontava fosse solo una legenda.

Invece ecco che con estrema emozione mi trovai di fronte alla locomotiva. Nera, imponente testimone di un antico passato. Il Trenino Verde era lì, esisteva davvero, ma nessuno sembrava ricordarlo. Nessuno ricordava la locomotiva nera alimentata a carbone, nessuno ricordava i suoi percorsi attraverso le foreste lussureggianti, nessuno aveva memoria del passato. Lentamente la mano scivolava sopra il metallo, accarezzavo la locomotiva e piano piano con le dita toccavo il legno della carrozza. Niente fino ad allora era stato più concreto, più presente e più vero di quel ferro e di quel legno.

Decisi di risalire immediatamente in superficie, ma determinata a non raccontare ad anima viva ciò che i mie occhi videro.

Se il fronte sud-orientale avesse scoperto il mio segreto avrebbero distrutto anche quel piccolo rimasuglio di passato che era scampato alla rivoluzione.

Il giorno seguente sul Fly-bus rincontrai la vecchina dalla lunga treccia e in modo cortese le rivolsi la parola: «Buongiorno signora,mi scusi se la disturbo, ma volevo sapere se lei conosce la leggenda del Trenino Verde». Lei mi rispose silenziosamente e col capo fece cenno di no. A quel punto capii che non potevo diventare a mia volta una vecchina smemorata e decisi di tramandare in qualche modo la storia del Trenino Verde.

Arrivata alla clinica mi precipitai nella stanza della 0036, la vidi distesa nel letto, le presi la mano e le raccontai in un soffio ciò che avevo visto. Avrei voluto che mi raccontasse altre storie del passato, ma sentivo la sua stretta debole. Dopo poche ore Antonia era deceduta, la cura non ebbe effetto.

Sconvolta per la morte di Antonia mi rintanai nel mio ufficio e per giorni non toccai cibo.

Dovevo far conoscere la storia del trenino verde, ma senza svelare il luogo in cui si trovava e soprattutto il fatto che esistesse realmente. Studiai un piano. Decisi di raccontare la storia del Trenino Verde a chi stava per essere ibernato, in questo modo avrebbe custodito per diversi anni il segreto e al momento dello sbrinamento avrebbe potuto raccontarla sotto forma di leggenda. Il paziente 0328 sarebbe dovuto essere ibernato nel pomeriggio, decisi di andare a raccontargli la leggenda. Il Trenino Verde non era solo un mezzo di locomozione, ma poteva portare le persone in altri mondi, portava le persone in posti ricoperti da foreste rigogliose, specchi d’acqua fresca, cascate e fiumi. Gli animali in quei mondi non temevano l’uomo e tutto cresceva in armonia. Il Trenino Verde era una possente locomotiva con attaccate lucenti carrozze di legno, regno dei giochi dei bambini, spettatore artificiale del tempo che scorre. Il paziente 0328 sorrise e lentamente si addormentò, ibernato.

Raccontai la stessa leggenda a centinaia di pazienti sicura che una volta risvegliati l’avrebbero raccontata ai propri familiari, in questo modo la leggenda del Trenino Verde si sarebbe diffusa.

Ciò che i pazienti credevano fosse solo leggenda, era invece realtà. Ma cosa c’è di più vero e reale di una leggenda che viene tramandata di persona in persona?da nonna a nipote? Ogni leggenda custodisce verità del passato e a me piace immaginare che un giorno il Trenino Verde tornerà a sfrecciare per i verdi boschi d’Ogliastra.

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