Il pastorello e la “Madonnina”

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Elio Ignazio Raffaele Moncelsi

 

I miti e le leggende, si sa, sono ritenute frutto di fantasia, ma nascondono sempre un fondo di verità, quando non accada invece che una ricerca scientifica ne riveli una totale corrispondenza storica, come fu per la città di Troia, o per il libro di quel “ciarlatano” di Marco Polo. Per centinaia di anni gli uomini si sono emozionati sui versi dell’Odissea e dell’Iliade, con le storie dell’astuto Ulisse e le gesta di un meno simpatico e più improbabile Achille fino a che un archeologo (o meglio, un cercatore di tesori), tale Heinrich Schliemann, scoprì Troia. La scoprì nella stessa zona dove la aveva indicata Omero, col nome di Ilio, nel suo poema. Non c’è da meravigliarsi che anche la Sardegna, con una storia antica quanto e forse più di Troia, abbia i suoi miti e i suoi eroi leggendari. Uno dei popoli antichi che hanno abitato l’isola ha un nome che richiama i profughi di quella città distrutta, gli “Iliensi”.

Le braci dei fuochi domestici, sos fochiles, attorno ai quali si raccoglieva ogni famiglia, erano ispiratrici di mille leggende con le quali si tramandava la storia, ricamata e condita con la fantasia. Così avviene, per farla breve, che un evento reale passi di bocca in bocca, da un fuoco all’altro, arricchendosi di elementi nuovi e spesso fantasiosi; non c’è un castello che non abbia un passaggio segreto che porti lontano, magari fino al mare, né un nuraghe da cui non si possa arrivare attraverso un cunicolo ad un altro nuraghe vicino a cui è collegato. Ricordo tra i tanti il racconto di un amico di Ulassai, che spergiurava fosse vero, anzi, verissimo: diceva che un uomo del suo paese era entrato per caso in una grotta e vi aveva incontrato uno gnomo il quale, a gesti, lo condusse in fondo a un cunicolo dove era accumulato un tesoro immenso, luccicante d’oro e di gemme; uscito fuori dalla grotta cercò amici che lo aiutassero a portare via il tesoro, ma non ritrovò più l’ingresso.

Tanto bastò per fare di me il più entusiasta degli speleologi dilettanti, ma non so dire se ciò era dovuto alla febbre della scoperta o a quella dell’oro, per via del fantomatico tesoro custodito dallo gnomo. Da ragazzo poi avevo una vera passione per l’avventura e l’esplorazione, interesse che condividevo con un gruppo di amici; condividevamo anche una buona dose di incoscienza. Eravamo dei temerari con una smania tutta giovanile di voler arrivare laddove nessuno era mai stato e di scoprire grotte fino allora inviolate. Teatro delle nostre scorribande erano le montagne impervie che dalle cime innevate del Gennargentu e dagli strapiombi selvaggi del Supramonte si precipitano, balza dopo balza, sino ai bianchi arenili del mare con le sue acque cristalline. Sempre alla ricerca di nuovi sentieri chiedevamo ai vecchi pastori informazioni e notizie sulle montagne dove avevano accudito le mandrie e le greggi. Fu così che facemmo conoscenza con Tziu Bobore, un vecchio di Urzulei con cui trascorrevamo momenti indimenticabili ascoltandolo raccontare le storie di una vita lunga e laboriosa. Seduti davanti al fuoco del camino nella stanza piena di fumo e di ricordi ci narrava dei tempi di guerre e di pace, che pace non era, perché nella Sardegna di cento anni fa la vita era dura, una battaglia per la sopravvivenza tra fame, banditi e malattie.

Tre volte era stato richiamato: per la “Grande Guerra” del ‘15-’18, per la campagna d’Africa e poi nella II guerra mondiale. Come la maggior parte dei soldati sardi era di bassa statura, tanto che il moschetto ’91 quasi lo superava in altezza, anche senza innestare la baionetta, ma per coraggio e dirittura morale era un gigante; di lui e dei suoi compagni si diceva che non temessero nulla e che fossero disposti a scendere fino all’inferno. Quella era gente cresciuta tra le montagne affrontando mille pericoli, le avversità di uomini crudeli e di una natura ostile, gente che aveva superato una selezione naturale spietata imparando una lezione di sopravvivenza più dura di qualsiasi addestramento militare, una lezione che non aveva nulla da invidiare a quella impartita ai guerrieri Spartani nell’antica Grecia. Bobore accendeva il fuoco con l’acciarino e la stoppa, gli avevano insegnato fin da bambino a sparare con il fucile a bacchetta, quello ad avancarica per intenderci, a dosare la polvere e a non sbagliare un colpo.

Nel resoconto degli episodi e documenti della campagna 1915-1918, “Il valore dei sardi in guerra” , è descritta minuziosamente l’azione che gli aveva fatto meritare la medaglia di bronzo al valor militare per la conquista di una postazione nemica: non ha mai saputo che nei libri ci fosse scritto anche il suo nome e ciò che avevano fatto lui e i suoi compagni, di cui ci raccontava. Come un aedo omerico che parlasse delle gesta di Patroclo e di Achille, lui incantava noi ragazzi cresciuti tra tv, calcio e fumetti. Erano i primi anni ’70.

Tziu Bobore, Mulas Pietro Salvatore, noto Crobeddu, era vecchio allora, ma quando andavamo insieme in campagna, a caccia o a cercare grotte nascoste su quelle montagne che lui conosceva come le sue tasche da quando era pastore, nessuno gli teneva dietro. Anche quando guidava un gruppo di uomini seguendo le tracce delle pecore “smarrite”, o per meglio dire, rubate, in quella che da noi si chiama sa tratta non era facile stare al suo passo: come chertadore, cercatore di tracce, non aveva pari; col fucile in spalla, antico quanto lui, seguiva sicuro le orme e il suo occhio infallibile individuava la direzione presa dai ladri fino a dove gli abigeatari avevano portato il gregge.

Mulas Pietro Salvatore era nato nel 1896 ed era stato pastore fin dall’età di sette anni, quando il padre lo ritirò da scuola per mandarlo a lavorare in campagna ad accudire il gregge di capre di un parente. Invano il maestro tentò di convincere il padre di Boboreddu che il suo piccolo alunno era uno studente troppo promettente per essere condannato ad un mestiere che, per quanto dignitoso, non gli avrebbe concesso di raggiungere traguardi maggiori. Il padre non si fece distogliere: il destino era già segnato per quel ragazzo sveglio e intelligente, ma pur sempre figlio e nipote di umili pastori.

Fu in quegli anni a cavallo del ‘900 che il ragazzetto, seguendo le capre sul costone della montagna che incombe sopra la sua Urzulei, si imbattè in un anfratto tra le rocce, che si rivelò essere una grotta di una certa profondità; curioso, come tutti i ragazzi, vi entrò dentro e trovò un ripostiglio di oggetti di bronzo, tra i quali una “madonnina”, come la chiamò lui. La portò subito all’ovile del parente di cui era servo pastore. Gli adulti, “i grandi”, decidono per i piccoli e i padroni per i loro servi, da che mondo è mondo; così il padrone prese per sé la “madonnina” e si fece accompagnare sul posto. Con altri uomini trasse fuori una gran quantità di oggetti di rame e di bronzo dal deposito nascosto (s’aschisorju), tra cui due grandi busti di uomo a grandezza naturale, pesantissimi, che calarono con le funi dalle pareti di roccia (questi finirono successivamente nelle mani di uno spedizioniere ogliastrino, forse di Tortolì o di Lanusei). Tziu Bobore mi disse che gli abitanti di Urzulei usarono per anni le fibbie di bronzo trovate nella grotta per i finimenti dei loro cavalli.

La sua memoria era perfetta e quando gli chiedevamo di indicarci o descrivere la via per arrivare ad una località, non sbagliava mai, tranne che per il tempo di cammino necessario a percorrere la strada: noi in genere ci mettevamo il doppio del tempo. Spesso lo accompagnavamo in auto a raccogliere la frutta dagli alberi negli orti che aveva coltivato negli anni passati, strappandoli alle pietraie di una natura selvaggia; approfittava di tali occasioni per indicarci i sentieri o per condurci direttamente agli anfratti oggetto delle nostre esplorazioni. Fu così che ci accompagnò a “Sa domu ‘e s’Orcu”, la grotta dove aveva trovato la “madonnina”: ricordo i pericolosi passaggi nel costone roccioso che bisognava superare per raggiungere la spelonca e rimasi stupito dell’agilità con cui li percorse. Purtroppo l’ingresso era franato e sembrava che avessero fatto scoppiare delle bombe, tanto la grotta appariva stravolta dagli scavi dei cercatori dei tesori che si sono succeduti nel tempo.

Un giorno, ricordando la sua descrizione della “madonnina”, gli mostrai in un libro d’arte sarda alcune foto di bronzetti nuragici ed egli mi disse, indicando una delle figure: “..Mì! la madonnina era proprio come questa: uguale precisa!”.

Quella piccola statua era La madre dell’ucciso, da Urzulei, e la si può ammirare nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Di essa fa una bellissima descrizione il grande archeologo Taramelli, a cui fu consegnata, secondo la sua relazione , da un tale Mulas Raimondo, di Urzulei, che ne era venuto in possesso in seguito a scavi clandestini (peraltro non condotti da lui), nella grotta di ” Sa Domu ‘e s’Orcu” tanti anni prima, intorno al 1904.

Non avevo mai dubitato che Tziu Bobore, all’anagrafe Mulas Pietro Salvatore, noto Crobeddu, mi avesse detto la verità.

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