La porta dei padri

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di

Giovanna Dessi

 

Tul’ui avanza con passo pesante lungo il sentiero.

Le pietre che lo lastricano risplendono di luce lunare e ognuna di esse pare fatta per stare là dove sta, ovvero accanto ad un altra di dimensioni simili, che a sua volta pare fatta per occupare quello spazio del sentiero e nessun’altro. Al mancare una di quelle pietre dal suo luogo d’origine non si protebbe trovarne un’altra così perfetta a sostituirla.

Il percorso si snoda attraverso alberi, anziani certo, ma di questi mille volte più anziano, dalla sinuosità simile a quella dei serpenti sulla difensiva.

Tul’ui, nel percorrerlo, sempre si era sentito una formichina che passeggiava sulla schiena di una vecchia testuggine.

E una formichina si sentiva ancora alla fine del sentiero mentre osservava i monti attorno e le gole tra questi e i torrenti che da essi discendevano. Torrenti che d’inverno brillavano tra i rami dei castagni e si confondevano con il brillìo dei ginepri e cascavano tra le forre con fragori assordanti.

A lui, là in alto, di tutto quel frastuono arriva appena un sìbilo continuo come di locuste in volo.

Quei corsi d’acqua, in estate, aprivano delle ferite sui fianchi delle montagne e lasciavano cicatrici biancastre simili a quella che partiva in due il suo ginocchio e che ancora gli doleva nei giorni di pioggia. Anche alla montagna doveva dolere quel ricordo durante le lunghe estati roventi quando pareva che mai più acqua l’avrebbe sfiorata.

La pietra del riposo appare. La porta è vicina. Siede Tul’ui su quella roccia scura come la notte. Le montagne circondano la vista dello stesso colore bruno. Le pietre chiare e luminose sulle quali avanza non appartengono a quei monti. Altri popoli le hanno con cura scelte, trasportate, unite. Popoli dei quali si era è memoria. Solo le pietre ancora parlano di loro.

Tul’ui sospira.

Quel flebile suono che interrompe il frusciare degli alberi e il frinire delle cicale suona alle orecchie di Uit, il maggiore dei suoi figli, come un lamento.

Pare egli stesso tanto tempo addietro quel giovane alto, dai muscoli guizzanti come pesci e i capelli dal colore delle foglie all’approssimarsi del freddo.

Uit, ha nominato quel figlio per la potenza che il corpicino ha dimostrato al nascere. Esattamente come l’acqua l’avrebbe voluto quell’essere. Come lei distruttivo e magnanimo. Potente e paziente quanto lei.

Uit osserva babbai vecchio come la roccia sulla quale siede.

L’immagine gli rammenta la carogna rinsecchita di un cinghiale veduta da bambino. Sente lo stesso fastidio di allora davanti ai resti della potenza del magnifico animale.

Kubau osserva suo padre e sente qualcosa di sconosciuto dentro la pancia.

Non avrebbe potuto ambire a figlia più bella e più forte di Kubau, pensa Tul’ui osservando la giovane. Ultimo essere che ha ricevuto in dono dagli dèi e con gioia curato. Kubau, solida quanto una quercia, dai capelli vigorosi come giunchi, dagli occhi di brace, dai fianchi larghi che avrebbero generato figli sani.

Kubau conosce bene quel sentiero, sa che tutti i padri devono percorrerlo per permettere ai figli di regnare a loro volta. Anche le madri devono lasciare spazio al governo successivo e un giorno sarebbero passate a loro volta per la Babbai-Eca. Mammai non fece il sentiero, morì nel toglierla dal suo ventre. Sorride Kubau.

Uit pensa a colui che lo ha nutrito. Lo osserva sorridere mentre egli evitava lo sguardo paterno concentrandosi sulla luna.

Tul’ui non ha paura del passaggio. Così è stato per suo padre, per suo nonno e per il nonno di suo nonno. Così sarebbe stato per sempre.

Gli occhi di Tul’ui si velano. Sarebbe riuscito a offrire ai suoi figli il riso estremo evitando il sorgere della pietà e della colpa?

Scuote la testa il vecchio e tratta di contenere quella sensazione di mancanza d’aria che lo coglie. Per un attimo Tul’ui si sente come quando il mare lo copre con violenza e gli entra in tutti gli orifizi impedendo al respiro di compiersi. Non ha paura. Non sa cosa sia. Nel suo mondo non esiste la paura. Nel suo mondo, in quello della sua famiglia, esiste sopravvivere o morire. Per sopravvivere bisogna lottare. Lottare contro altre famiglie. Contro animali feroci. Contro la fame. Contro il freddo. Contro il calore.

Contro gli dèi non si lotta. Gli dèi fanno sorgere il sole e illuminano la luna. Gli dèi fanno cadere la pioggia. Gli dèi fanno ingrossare il ventre delle donne così che i nuovi nati prendano il posto dei recenti morti. Gli dèi fanno crescere i frutti sugli alberi e popolano la foresta di bestie così che egli e la sua famiglia possano nutrirsi. Gli dèi hanno ordinato agli antichi popoli di costruire quel sentiero affinchè, quando la vita giungesse al termine, uomini e donne possano tornare alla terra madre.

Non si sogna neppure Tul’ui di discutere quanto gli dèi hanno deciso.

Anche a Uit si offusca lo sguardo. Vede se stesso percorrere un giorno quel sentiero, così come babbai lo percorre, come lo percorse il padre di babbai e ancora indietro fino a un passato per lui inimmaginabile nel quale solo gli dèi possonono scrutare.

Kubau osservò Uit. Uit osservò Kubau.

Pare a Kubau, improvvisamente, che lo sguardo di Uit assomigli a quello di babbai e lo trova piacevole. Guarda la pietra del riposo sulla quale babbai siede.

Quella pausa offre spazio al ripensamento e al dubbio e Kubau vi si abbandona.

Uit a sua volta, trova che lo sguardo di Kubau abbia delle somiglianze con quello di babbai e trasale.

Avrebbe voluto non riconoscerlo, non essere riconosciuto. Babbai avrebbe dovuto precipitare nell’abisso ridendo ed egli avrebbe semplicemente dimenticato. Come in un sogno.

È stato un uomo forte e valoroso babbai. Ora solo è vecchio. Negli ultimi anni Uit ha ubbidito più agli dèi che a babbai. Si sente più forte, più veloce, più scaltro di babbai.

Babbai aveva potere assoluto e questo potere sarebbe durato quanto lui.

Uit non immagina niente di diverso. Ciò nonostante il suo spirito è a disagio.

Kubau prende la parola distogliendolo da quei pensieri confusi.

“Torniamo a casa babbai. Ti nasconderemo alla vista degli altri. Uit prenderà a regnare sulla famiglia così come deve essere. Non passerai per la Babbai-Eca.”

Tul’ui sente le parole così come il dolore al petto che le accompagna. Gli pare che un animale vi infili le unghie con forza.

Il rito doveva compiersi.

Anche se … la femmina ha parlato e quei pensieri gli sembrarono compiuti.

Lo sguardo di Kubau dice che ha deciso.

Intende Uit che qualcosa accade.

Le parole di Kubau per un attimo lo sospendono nel vuoto. Come se ci sia lui, all’improvviso, sul bordo del baratro, alla porta dei padri. Come se l’aria gli riempia gli occhi, la bocca, i polmoni ma non in maniera sufficiente a sostenerlo così che, in caduta libera, raggiungendo la base di quegli alberi che sono nati con gli dèi, stia sprofondando nell’abisso.

Uit scuote il capo con vigore.

Le parole della donna sono state sagge. Lui, Uit, avrebbe regnato così come doveva essere.

Babbai gli appare improvvisamente più simile a quell’euforbia rituale pendente al suo fianco che al cinghiale morto visto da bambino. Il calore del sole le ha rubato il turgore eppure le gocce della sua linfa, bianche come nuvole senza pioggia, avrebbero mantenuto intatto il loro magico potere.

La Babbai-Eca non è lontana. Già la luna mostra i monti che coronano l’abisso, le valli ai loro piedi, confuse nel tremolìo pallido.

Kubau si ferma e attende che babbai li segua.

Uit con l’orgoglio che compete a un re volge le spalle al sentiero e torna verso casa.

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