Il Furbo Vacanziere

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Giovanna dessi

 

Le viuzze del paese sono troppo strette per il suo SUV e il navigatore lo sta facendo diventare scemo.

Solo dopo alcuni giri vede l’insegna.

Parcheggio neanche a parlarne. Davanti all’hotel può stare giusto un carro a buoi. Si ferma e scende per informarsi se sia prevvisto un parcheggio per i clienti.

“Certo!” Risponde uno con un sorriso a trentadue denti. Ernesto lo osserva. L’uomo, sulla trentina, è fisicamente notevole e pare impassibile al venticello tagliente che arriva dalle montagne attorno.

Il tipo agita la mano verso una ripida salita.

“È sicuro? Avrei detto che quella portava sul tetto.”

“Sì, sì. No, no. Vada, vada.” Dice quello e sfilando un cellulare dagli attillati pantaloni se ne torna dentro.

Ernesto risale in macchina e, dopo qualche manovra a rischio carrozzeria, prende a salire la viuzza. Dopo “dico io, trecentoquaranta metri!” trova uno slargo e trascinando la sua pesantissima samsonite riesce ad arrivare nella hall.

L’uomo possente fa per avvicinarsi ma lui rifiuta l’aiuto con un cenno deciso della mano.

“Neanche per sogno. Non c’è bisogno di assomigliare ad Hulk per essere auto-sufficienti.” E con uno sforzo vertiginoso solleva la grossa valigia e la posa accanto al banco.

“Ernesto Pisano, vero?”

“Sì.”

“La aspettavamo. Io sono Antonio.”

“Bene.” Antonio non gli piace molto.

La camere sono tutte al piano terra constata con sollievo e dopo essersi informato sui ristoranti del paese, si trascina in camera.

“Carina, artigianato naif, niente muffa, doccia spaziosa.”

Si mette alla finestra. L’hotel è incastonato in una terrazza naturale dalla quale si gode una straordinaria vista sui monti circostanti. Nonostante preferisca il mare deve ammettere che la montagna ha fascino. Intorno ha il verde della foresta interrotto dall’argenteo degli spuntoni rocciosi, sormontato dal cielo che conserva uno sprazzo d’azzurro diurno, in basso alcune capre fanno tintinnare rozzi campanacci.

Non ama la malinconia. Afferra la giacca pesante e s’infila in tasca il Furbo Vacanziere.

Arrivato nella piccola hall al posto del marc’Antonio trova una ragazza. Antonio in versione femminile

“Buonasera signor Pisano. Avrei bisogno di un documento.”

Si avvicina al banco e glielo porge.

“Affascinante nome da guerrigliero. Oh! Avvocato. Bella professione.” Sproloquia Antoni@ mentre trascrive i suoi dati.

“Va beh! Me lo ridarà domani d’accordo?”

“Ma no, ecco. Grazie e buona serata”. Anche lei sorride a trentadue denti. Dev’essere l’aria buona di qui.

Ernesto si avvia. In realtà non ha idea di dove dirigersi.

Come ha detto che si chiamava il ristorantino? Si ferma sotto un lampione vintage e consulta la guida.

Allora. Mangiare in Ogliastra. Scorre il dito su una decina di nomi che paiono presi dal Libro Tibetano dei morti. Silìmbas, plamas, arghìngiu, birdesu, tetìoni, patàgaiu. Eccolo qua!”

Il ristorante si trova sulla strada principale, una breve passeggiata a piedi. Una porta a vetri è illuminata.

Il ristorante ha tre clienti, me compreso.

Il cameriere piccolo e tarchiatello, veste di nero e assomiglia Bruce Lee. Mi chiede se ho voglia di mangiare dei culurgiones.

Dico di sì. Del resto sarebbero dei ravioli. Apro la guida.

“Dunque. Spiagge, grotte, orchidee, gastronomia.

Monumenti: Perda de Liana… tipica formazione rocciosa chiamata tacco o tònneri… risultato di un’antica erosione che ha coinvolto perfino il mare…

… Situato a milleduecentonovantatre metri… visibile da tutta la Sardegna…

Anticamente, si diceva che la porta dell'inferno fosse a Perda de Liana e che lì, si ritrovassero, al chiaro di luna, a far tregenda demoni e streghe. Per diventare ricchi, bisognava andare là e vendere l'anima al diavolo, in cambio si sarebbe ricevuta qualunque ricchezza.

Beh! Al tacco allora! Alla parola tacco gli vengono alla mente dei sottilissimi tacchi e le lunghe gambe di Giulia.

I ravioli in realtà sono enormi e di una forma stramba. Buoni. Anche il Furbo Vacanziere ne parla bene.

Ma com’è che io non li avevo mai mangiati?

Bruce torna con il conto e un bicchierino d’acquavite.

“Senti, scusa, posso farti una domanda?”

Quello mostra tutti i denti. “Certo. Dimmi!”

“Cosa ne pensi della leggenda su Perdeliana?”

Quello si porta una mano al mento.

“Beh, sono stato là diverse volte, anche la notte, ma non ho mai visto aperta la porta de s’inferru se è questo che ti interessa.” E allarga il sorriso.

Sono imbarazzato. Butto giù il bicchierino. Il mio stomaco prende fuoco. Pago e vado via.

La notte trascorre ovattata. Perdaliana è il mio primo pensiero al risveglio. Aspetterò là che sorga la luna. Ho portato l’igloo per i casi di emergenza.

Mi trascino pigramente per l’intera mattinata, godendo del sole che mitiga l’arietta buona ma penetrante. Studio il tragitto per il tacco. Prendo informazioni dai locali. Ricevo indicazioni fuorvianti e incomprensibili. Userò il navigatore.

A pranzo mi reco alla trattoria della sera precedente, la sola del paese.

Alle quindici in punto sono all’inizio del sentiero per il tònneri. Il percorso è affascinante, mi sento intrigato e ho voglia di mettere alla prova la mia forma fisica.

Intorno la bellezza è selvaggia. Mi sento quasi un viaggiatore d’altri tempi che va alla scoperta di antiche civiltà. Non incontro nessuno. Il posto è deserto e il lezzo dell’asfodelo mi accompagna.

Il tacco mi appare dietro un fitto arbusto. Mi aspettavo qualcos’altro. Emerge sì e no per cinquanta metri. Quanto rimane di un’antica montagna è tutto lì. Non essendo un geologo, non mi entusiasmo.

La notte arriva prima di quanto pensassi. Apro la tenda e mi ci infilo avvolto in un bel plaid caldo.

La luce lunare rende spettrale lo scenario.

Portando gli occhi al tacco, vedo dei bizzarri esseri, troppo grandi per essere insetti, che gli svolazzano attorno. Le fenditure della rocca emanano un irreale bagliore.

“Allora mister, deciso cosa?”

Mi irrigidisco e mi volto: un uomo elegante siede disinvolto su una roccia a due passi da me.

La tenda mi si avvolge attorno mentre cerco di mettere spazio tra il mio corpo e quella cosa che non dovrebbe essere là.

“Scusa, ti ho messo paura. È un mio pregio, arrivo sempre di soppiatto.”

Non ho il coraggio di fiatare.

Le cose svolazzanti si sono avvicinate. Spaventoso. Inizio a preoccuparmi seriamente per la mia salute. Un tumore al cervello è il solo pensiero coerente.

Sono delle vecchie. Brutte. Rivoltanti. E un attimo dopo sono piccole e delicate. Bellissime. E poi ancora sono degli inquietanti insettoni dai quali una testa di donna pende con occhio torvo. Le mie mani tremano visibilmente.

Pare tutto vero e reale.

Cosa faccio?

Non oso guardare il tipo elegante, sento che mi fissa. Attende davvero una risposta. Non era una semplice visione. Pare esistere. È assurdo.

“Allora?”

Sento la pelle d’oca sulle braccia.

“Giulia.” Dico in un sospiro.

No! Com’è possibile che io abbia pronunciato tale sciocchezza?

Abbasso la testa e la nascondo tra le mani desiderando che le allucinazioni scompaiano.

Quando riapro gli occhi sento dei rumori e sono completamente sudato.

Il mio cellulare sta vibrando sul comodino e i raggi del sole inondano la stanza.

Perdo la chiamata. Guardo l’ora: le undici del mattino. Non capisco. Non ricordo di essere tornato in hotel dopo la richiesta al …

Al…

Al… Diavolo?

In un altro momento riderei. Ora non mi sembra il caso. La chiamata persa era di Giulia.

Il mio cellulare riprende a vibrare. GIULIA.

Premo ‘Ok’.

“Ma allora te ne sei davvero andato in vacanza da solo. Stronzo!”

Il cellulare si spegne. Lo metto in carica e lo riaccendo.

Ora sì rido. È stato tutto un sogno anzi no, un incubo. Non ci sono mai stato a Perdaliana.

E Giulia non ha mai smesso di sbavarmi dietro.

Mi sdraio sul letto, incrocio le gambe e guardo il cielo azzurrissimo fuori dal vetro.

Quando arriva l’essemmesse so già che è di Giulia.

Impallidisco. Non è di Giulia.

“Contratto andato a buon fine mister.”

Anonimo.

Un altro essemmesse. “Dove sei, ti raggiungo. Giulia.”

Faccio una doccia, prendo la giacca ed esco. Imposto le coordinate per Perdaliana.

Mentre guido, dirigendomi all’uscita del paese, mi vengono in mente le calze autoreggenti di Giulia. Le sue gambe ci stanno dentro. Quello che ora mi preoccupa e che sulle gambe c’è pure il resto del corpo. Compresa la faccia stizzita e sdegnata che ha di solito.

Io non avrei mai fatto una richiesta del genere. Avrei chiesto che so cinquecento milioni di euro. La vita eterna. Lady Gaga.

Arrivato al sentiero per il tònneri il mio viso si distende. Un grande cartello è scritto in rosso: SENTIERO IMPRATICABILE. PERICOLO. Finalmente anch’io sorrido a trentadue denti.

La retromarcia gratta rumorosamente senza darmi sui nervi. Sono talmente contento e neppure Giulia, che sta facendo vibrare ininterrottamente il mio cellulare, riesce ad irritarmi.

Letto 1070 volte Ultima modifica il Giovedì, 06 Dicembre 2012 23:44