Delia

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Carlotta Silvestrini

 

Delia posa i candidi palmi sulla pietra ruvida, percependo il calore amorevolmente donato da un mite sole marzolino.

E' il periodo migliore, l'Ogliastra è tutta un trionfo di colori e profumi.

Incredibile, pensa Delia. Trasmettere tanta bellezza solo mostrando un color di petalo, come può essere possibile? Cosa pensi, Terra mia? Sei forse adirata per il calpestarti noncurante dei tuoi figli? O ti muovi al canto della concordia vocis? Ti sento, Terra mia... ti sento... ti respiro...

Delia socchiude gli occhi e si lascia cadere nelle memorie del tempo.

Con maestria scivola delicata in un contesto arcaico, nell'aria l'aroma invitante del pane appena sfornato si mescola a quello più rustico della cenere rovente, e non v'è altro suono se non quello ritmico della pala che entra ed esce dalle voraci mani del fuoco.

Un'anziana matriarca sorveglia le operazioni dalla sua quotidiana postazione, una seggiolina da ricamo che pare sottratta ad un bambino tanto sono corte le quattro gambe che ne sostengono il pagliericcio intrecciato.

Catenelle di pizzo scendono rapide sulla nera gonna di vedova, i piedi scalzi sul pavimento di nuda terra battuta.

Un'altra donna, più giovane ma non di molto, ripulisce ingobbita un piano di lavoro abilmente creato da sapienti mani maschili. Il canovaccio liso sfrega imperterrito le venature farinose, alzando piccoli nugoli di polvere bianca, che si spargono disordinatamente nell'aria alla luce di un sole invernale, in questa stanza tanto spoglia, quanto piena di rurale intensità.

Poche parole, quelle giuste, misurate, essenziali, attraversano la cucina per correggere le gesta inesperte di una futura sposina, che si affretta ad imparare l'arte d'essere donna e matriarca a sua volta.

La giovane vive con riservato senso di gratitudine quel momento - tanto atteso - in cui le sue criptiche progenitrici la elevano da bambina a donna. Ella fa tesoro delle poche frasi che sapientemente la istruiscono, attenta a percepire ogni più piccola espressione nei volti quasi lignei delle anziane, perché sa che non c'è spazio, in quella casa, per gli elogi.

Non vi è alcuna mala intenzione nei loro animi, ma là fuori il mondo è duro come il granito e bisogna essere altrettanto duri per sopravvivere.

L'anziana matriarca tace da molte ore ormai. Approva. Si mortifica mentalmente nel momento in cui un moto di compiacimento si fa strada nel suo longevo cuore, consapevole che tutto ciò che sta osservando è sangue del suo sangue, Sapere del suo Sapere: le sue callose mani hanno intessuto decine di lunghi tappeti di lana, mondato fresche verdure, sciacquato bucati candidi nelle scroscianti acque dei ruscelli.

Ha già provato vergogna di fronte all'errore, la sera, rincasata dopo lunghe marce in mezzo ai campi, quando una feroce cinghia le ha sferzato la schiena e lei non riusciva a comprendere cosa bruciasse di più, se la dignità o la carne. E' difficile scegliere se impartire o meno una dura punizione, ma alla fine vince la paura di sbagliare, di diseducare e allora si sceglie di punire, di colpire.

Il tepore del giorno ridiscende la Valle dei Tacchi; appena accennata, una falce lunare inizia ad intravvedersi nel cielo. Un belato ovino particolarmente intenso riporta Delia al nostro tempo, la quale si desta come in preda ad uno smarrimento.

Si sfiora la schiena, si osserva le mani. Non c'è traccia di cicatrici o residuo di semola.

Nella sua mente si dissipa quell'intensa sensazione di vita passata, era forse lei?

Dal suo vetusto sedile di pietra, la mente galoppa verso tempi lontani. Una volta suo padre le aveva raccontato che “le promesse fatte all'ombra dei Nuraghe sono sacre” e – incuriosita - si era fatta narrare remote leggende che vedevano uomini d'onore stringersi reciprocamente le mani possenti, consacrando il suo incondizionato amore per queste radici così nobili.

Quel ricordo apre uno squarcio ancora sanguinante dentro lei.

Cerca di riportare l'attenzione alla scena domestica di poco prima, ma senza riuscirci, e dai suoi occhi di ragazza escono grandi, inarrestabili lacrime che in pochi istanti maculano i graniti di Serbissi, il suo luogo speciale, il suo rifugio. Le ultime esalazioni del tepore solare si affrettano a cancellare le tracce di quello sfogo irreprensibile.

Il Nuraghe la sta ascoltando ed il Maestrale riprende a soffiare sul suo volto, asciugandolo in una tenera carezza.

Delia, coccolata dalla materna immensità di Madre Terra, tutto d'un tratto si quieta ed inala profondamente ogni atomo di quell'aria profumata. Percepisce l'aroma secco e terroso della sabbia granitica, quello più acre del murdegu, quello un po' dolciastro e pungente lasciato dal passaggio di un gregge. I suoi sensi ne sono deliziati, la sua Terra la ama, la consola.

I pianti sommessi aprono la strada a Morfeo, ed anche la ragazza ben presto si accascia addormentata   sulla pavimentazione granitica dell'ancestrale complesso.

Profumo di pane e cenere.

Delia sente bussare alla porta, ma non spetta a lei accogliere gli ospiti, e poi deve terminare l'ultima infornata, non può distrarsi.

La matriarca si alza dalla minuta seggiola di paglia intrecciata, percorre con passo lento e cadenzato la breve distanza che la separa dall'ingresso. Apre la porta fino ad ottenere uno spiraglio dal quale si affaccia con fare padronale.

Delia riconosce lo scalpiccio degli scarponi sulla ghiaia, che ad un tratto si interrompe bruscamente.

La sconquassata porticina si spalanca e si richiude cigolando, alcune scaglie di vernice ocra rimbalzano a terra ed il chiavistello viene rapidamente girato dalla donna più anziana, in un gesto di gelosa protezione: ha rinchiuso nel forziere i suoi tesori più cari.

I passi proseguono nella cucina, Delia si gira.

E' un attimo.

Babbo! Oh babbo!

I due sguardi si incrociano, quello di lei vibrante di amore, quello di lui sorpreso ed imbarazzato da questa sincera, libera, sconveniente esplosione di affetto al quale nessuno in quella stanza è avvezzo.

Delia lascia cadere la pala, corre verso il suo perduto e ritrovato genitore, lo stringe fortissimo percependo tutto l'amore del Creato, e nel suo giovane corpo è tutto un trionfo di colori.

La pelle di suo padre è una mistura esotica di fogliame e tabacco, la barba incolta sempre un po' ispida a contatto con il suo collo niveo di ragazzina. La camicia ha il profumo delle ginestre e del murdegu, i capelli sono grigi come i cumulonembi dei tonanti temporali estivi, gli occhi azzurri come quei cieli solcati dal Maestrale.

Basta un istante e Delia riconosce in essi tutto l'amore di un legame indissolubile, la forza di centenarie radici e non c'è rigoroso pudore che possa proibire all'emozione di fluire libera.

Si tuffa in quel celeste ipnotico, incredula ed estatica, lo stringe forte a sé e lo percepisce vigoroso, rassicurante ed eterno come gli antichi graniti.

Chiude gli occhi come per godersi ogni più piccola sensazione che quell'abbraccio dalla potenza incrollabile le sta regalando, quando avverte alcune piccole gocce che cadono inumidendole il braccio. Babbo perché piangi?

Il grido di una Delia ridestata vibra in direzione della selvaggia Valle dei Tacchi, rimbalza sui calcari muschiati, ma essi sembrano voler ignorare la sorda, delusa disperazione di quell'urlo.

Piove.

Il murdegu esala il suo singolare aroma, mentre un nebuloso stormo di goccioline atterra prima delicato, poi sempre più deciso, sulle mulattiere polverose, sulla vegetazione assetata.

Delia cerca rapidamente riparo nella grotta sovrastata dal Nuraghe, Madre Terra la accoglie nel suo fresco antro, a modo suo la abbraccia, la consola.

Serbissi le sta di nuovo parlando.

Lì il padre le aveva dato appuntamento ed il patto è stato rispettato.

In quel luogo dove vibrano alte le frequenze dell'esistenza, nel cuore vivo di una Terra tanto ostile quanto misericordiosa, dove la vita oltre la vita si rinnova a distanza di attimi, tra il profumo del murdegu, la delicatezza degli asfodeli, l'eco di promesse antiche ma sempre onorate.. all'ombra de Nuraghe.

Letto 1192 volte Ultima modifica il Giovedì, 06 Dicembre 2012 17:21