Il mistero degli occhi color smeraldo

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di

Michela Tuligi

 

Arrampicandosi sulla montagna, percorrendo la strada tortuosa che giunge fino al paese, lo sguardo viene ipnotizzato da quel luogo di cui il tempo sembra essersi dimenticato, lasciandolo inalterato allo scorrere degli anni. Da un lato la distesa azzurra del mare, dall’altro il verde dei boschi, una meravigliosa e fitta vegetazione costituita da carrubi rigogliosi e boschi di lecci secolari, un pezzetto di quella terra meravigliosa che è l’Ogliastra.

Quel giorno era la festa di Sant’Antonio Abate, “de su fogone”, la celebrazione del santo eremita che scese fino all’inferno e con grande astuzia riuscì a rubare il sacro fuoco al diavolo, donando così luce e calore all’umanità. In suo onore ogni anno veniva acceso un fuoco votivo, propiziatorio per una buona annata agraria, per proteggere il bestiame, per scacciare gli spiriti. Pietro si trovava vicino al falò crepitante e osservava incantato la splendida ragazza di fronte a lui. I suoi occhi erano splendenti, grandi e verdi, le lunghe ciglia scure li facevano risaltare ancora di più, la pelle del viso era diafana, se non fosse stato per il calore del fuoco che le colorava le guance di rosso, il volto incorniciato da una folta chioma di capelli corvini e lucenti. Indossava una “fardetta” nera, sulle spalle portava lo scialle pesante a sfondo blu, orlato da una lunga frangia, con sotto una camicetta bianca in pizzo, decorata dai “buttones” d’oro la cui scollatura metteva in risalto la pietra di ossidiana nera incastonata nell’argento che portava al collo. Un amuleto che le donne del paese portavano fin da piccole per sottrarsi alle insidie del malocchio. Una pietra tonda che simboleggia l’occhio buono e che attira lo sguardo dell’occhio malvagio annullandone l’effetto.

Si dice infatti che gli occhi abbiano il potere di trasmettere all’esterno le forze nascoste nel corpo. Per questo nel corso della storia molti mali dell’uomo sono spesso stati attribuiti all’ energia dello sguardo. Secondo la tradizione esistono persone che esercitano la pratica malefica “de s’oglu malu”, occhio cattivo appunto, anche involontariamente, con il semplice atto di posare lo sguardo su un'altra persona. Maria, dicevano, era una di queste e per questo nel piccolo paese di Baunei nessuno osava guardarla negli occhi. Le persone solitamente stavano alla larga da lei e quando si avvicinavano portavano sempre in tasca un ramoscello di lentischio o di ulivo in modo tale da difendersi dalle forze avverse.

Pietro conosceva molto bene le maldicenze che la riguardavano eppure, invece che evitarli, era come ipnotizzato da quei profondi occhi smeraldo, di un colore così intenso che si rischiava di perdersi nelle mille sfumature che in essi si potevano scorgere. Pratiche magiche, preghiere recitate e amuleti, erano tutti riti che Maria conosceva bene fin da bambina. In paese erano poche le persone che custodivano segretamente le formule per individuare la presenza del malocchio e per scacciarlo, riti che possono essere tramandati soltanto in linea femminile. Filomena: la nonna di Maria, era una di queste, una delle poche persone ancora in vita capace di curarlo, di praticare quella che veniva chiamata “sa megina e s ‘oglu”. Nonna e nipote vivevano insieme e ogni giorno avevano a che fare con questi influssi malefici, avevano imparato bene a riconoscerne la presenza nei visi disperati di chi bussava alla loro porta. Molti ritenevano però che tutto quel male che la signora Filomena liberava da quei poveri cristiani non poteva svanire nel nulla e secondo il pensiero di molti i magnetici occhi verdi di Maria erano diventati ben presto custodi di quelle forze malvagie.

Era la sera del 17 Gennaio, una notte piuttosto fredda, il falò era stato acceso tra le urla gioiose dei partecipanti. Esiste veramente qualcosa di meraviglioso nel fuoco, si rimane come incantati di fronte alla bellezza dei colori che esso può creare, intimoriti davanti alla sua forza, tutto infatti esso può distruggere, ma allo stesso tempo è come se rappresentasse la rinascita, il fuoco porta la luce, è in grado di rischiarare il buio, di scaldarci, di tenerci compagnia. Timore e fascino insieme, molto simile all’effetto che in quel momento Pietro provava in presenza di Maria. Lei si trovava lì, ignara di tutto, davanti a quell’enorme falò che bruciava come se fosse una gigantesca torcia, quando improvvisamente uno sguardo si incrociò con il suo, per due secondi al massimo, ma probabilmente i due secondi più lunghi che le fossero mai capitati. Era inaspettatamente piacevole, la sensazione di sentire gli occhi di un altro poggiati su di lei. Una sensazione nuova, visto che solitamente le persone rifuggivano il suo sguardo invece che cercarlo. In quella sera di Gennaio, Pietro le rubò il cuore e Maria conquistò il suo. Maria si sentì immediatamente in colpa, sapeva bene che ciò che causa il malocchio è un atto difficile da controllare, immediato come un incontro di sguardi, proprio ciò che era successo tra di loro. La paura che le persone avevano di lei la leggeva ogni giorno nei volti chinati della gente, nei bisbigli che seguivano il suo passaggio, nella faccia triste della nonna quando la guardava. A furia di sentirselo dire aveva finito per credere che in lei veramente qualcosa non andasse. Doveva allontanarlo immediatamente prima di fargli del male.

La festa intanto proseguiva nell’allegria generale, i bambini si rincorrevano per “infoddinarsi” a vicenda con la fuliggine dei tronchi bruciati, i giovani gustavano la “paniscedda”, tutti ballavano felicemente al ritmo delle “launeddas”. Lui le si avvicinò per presentarsi, ma Maria lo allontanò bruscamente, avvertendolo di quanto fosse pericoloso starle vicino. Ma a Pietro non importava, una creatura così perfetta non poteva custodire al suo interno forze malvagie, ne era certo. Non si sarebbe mai arreso alla perdita di quella che ormai, ne aveva la certezza, era la donna della sua vita.

La mattina dopo, si presentò di buon ora a casa di “sia Filumena”, solo lei poteva dimostrare a Maria che il suo sguardo non era cattivo e che Pietro non era stato colpito dal malocchio. La nonna acconsentì perché sapeva che questo era l’unico modo per liberare la nipote da una maledizione che la perseguitava fin da piccola. Prese subito un piatto colmo d’acqua sul quale fece una croce con la mano destra, lasciò cadere in esso cinque granelli di sale grosso, recitando per 5 volte una preghiera a voce bassissima, per ogni granello lasciava cadere anche una goccia d’olio. Pietro sapeva che se le gocce d'olio rimangono separate e piccole, non c'è malocchio; se al contrario si spandono o si uniscono, allora c'è l'influsso negativo. Davanti allo sguardo incredulo di Maria le gocce rimasero separate e piccole, significava che i suoi occhi non erano malvagi e che finalmente poteva vivere libera dai pregiudizi e insieme al suo amore proseguire la sua vita. Le lacrime che ora le rigavano il viso erano lacrime di gioia.

La magia non l’avrebbe però abbandonata, la nonna infatti era anziana ed era giunta l’ora di tramandare i preziosi segreti di una cura che aveva gelosamente custodito fino ad allora. Una dote che si tramanda di generazione in generazione, sempre in linea femminile e che Filomena, ormai prossima alla morte, si decise a regalare alla nipote. “Sa megina e s’oglu” è molto di più di una ricetta composta di olio e di sale, è un’ insieme di elementi magici e religiosi, un misto di preghiere recitate, di croci, ma soprattutto di fede. È la preghiera ad avere il potere e questo potere lo acquista solo una volta trasmessa e solo dopo la morte di chi l’ha lasciata in eredità.

I profondi e misteriosi occhi di Maria erano sempre stati temuti, perché si pensava che custodissero il male, l’intero paese si rivolgeva ora a lei chiedendo di essere liberato da quegli stessi influssi malefici di cui per tanto tempo era stata invece la causa. Era diventata colei che è in grado di combattere quel nemico silenzioso e impalpabile quale è il malocchio.

 

Letto 1783 volte Ultima modifica il Giovedì, 06 Dicembre 2012 17:26