Effetto Janas

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di

Luca Schirru

Tornai sulle rocce di Teccas sette anni e mezzo dopo. A sud di casa c’era il mare e in mezzo al mare i faraglioni, punte di roccia rosse s’innalzavano nove o dieci metri verso il cielo. Nel bruciore dell’estate i turisti ci arrivavano in canoa o in pedalò scivolando sulle nostre acque luccicanti, si arrampicavano e poi si lanciavano giù a turno, oppure insieme, con il rischio di precipitare rovinosamente uno sopra la testa dell’altro. Gli eroi si tuffavano di testa, facendo un balzo verso l’alto e allungando ogni muscolo del corpo per entrare dentro il mondo blu con un’eleganza che non mi è mai potuta appartenere, altri raggomitolavano il corpo in una palla che esplodeva in una bomba di schegge di schizzi di schiuma. Io guardavo dalla scogliera del vulcano spento di Teccas e Giulia, accanto a me, diceva che un giorno ci saremmo dovuti andare pure noi a nuoto fino a li, arrampicarci e buttarci giù con gli occhi chiusi e le braccia in alto per goderci al meglio il contatto con il mondo magico di quel mare. Lo chiamava “effetto janas” in onore della nostra tana e, ogni volta che qualcuno tuffandosi scompariva dentro il mare, gli occhi le brillavano e i pugni le si stringevano dall’emozione come se gli spruzzi la raggiungessero trasmettendole parte di quella sensazione di libertà. Io, per tutto il tempo in cui mi raccontava di quel giorno in cui l’avremmo fatto, trattenevo il fiato e poi espiravo a lungo fino a tirare fuori tutta l’aria come avessi visto le nuvole bianche sopra il cielo dopo aver toccato il fondo. Andammo fino al molo a piedi e ci sedemmo sui blocchi di pietra che dividevano il porto in due. Con le gambe a penzoloni guardammo i pesci cercare cibo a pelo d’acqua fino all’arrivo della barca di Maiorca, cuffietta in testa anche d’estate, che ci chiese di dargli una mano a portare a terra il pesce. Giulia si alzò, io rimasi fermo con le braccia a dondoloni sulle ginocchia fino a che Maiorca non mi sorrise, Francé che aspetti? Allora, certo di essere stato coinvolto, saltai sulla sua imbarcazione, presi due cassette e con la mano buona, nascondendo lo sforzo come meglio mi veniva, le portai fino alla vecchia 127 rossa parcheggiata in fondo al molo. Mi voltai e guardai divertito Giulia, con una bustina di orate, avvicinarsi ancheggiando come fanno le modelle. Un leggero venticello mi rinfrescò il viso. Fu proprio in quel momento, diventando seria, che mi confessò sussurrandolo come se in quel modo potesse farmi meno male, che i genitori avevano deciso di andar via e lei, dalla sera del giorno dopo, primo giorno del nostro secondo anno di medie, non sarebbe più stata né la mia compagna di banco né quella di giochi. A casa misi la testa sotto il cuscino e mentre piangevo provai a ridere, per cercare di alleviare il peso sul cuore e per paura di non riuscirci. Era una cosa che facevo sempre per una specie di ansia che avevo, quando piangevo distendevo le labbra e cercavo di trasformare la tristezza in un sorriso. Mi alzai dal letto, portai una sedia davanti al grosso specchio arancione della camera e seduto, con il viso invaso dalle lacrime, distesi i muscoli della faccia fino a trovare un’espressione che potesse assomigliare vagamente alla gioia.

 

Non mi piace per esempio, e glielo dissi la mattina dopo, giorno della partenza di Giulia, che non mi piace per esempio l’ostentazione dei sentimenti oppure tutte quelle vocali ripetute alla fine di una parola, tipo: amoreee oppure cariniii oppure ti voglio beneee, ecco questo non mi piace. Mi piace invece, come eccezione del caso, mi può piacere che le vocali si sprechino se la parola è libertà ecco, sono liberooo è differente da sono libero, allora penso questo il mio apparato digerente lo riesca ad accettare. Libertà è una parola che ha bisogno di esuberanza. Sensibilità invece, se non è una parola ma una sensazione, un sentimento, una cinghia stretta in vita, se è queste ultime tre cose è una lama a doppio taglio.

 

Mia madre sorrise e disse Amoreee miooo, allungando le vocali all’infinito e con una voce dolce che mi venne da pensare il contrario di quello che, fino a quel momento, mi era venuto da dire. Amoreee miooo, disse, sembri nero come Peppineddu a fine estate. La guardai confuso, lei sgranò gli occhi ridendo, posò le mani sulla caffettiera fumante e chiese che sogni avessi fatto per essermi svegliato così, quella mattina. E’ importante che Giulia vada, disse. Non capii. Versò una tazza di caffè e sorseggiò piano, con le labbra socchiuse, come per sentirne meglio il sapore. Facciamo colazione?

 

Non avevo per niente fame ma dissi di si ugualmente, per sedermi un po’ con lei fuori e chiacchierare di questa o quella cosa, circondato dal rumore del mare in lontananza, del trattore guidato da mia padre giù nel nostro meraviglioso pezzo di terra, della natura che aveva sempre avuto il vizio di svegliarsi un attimo prima di noi, nonostante fossimo in piedi dall’alba ogni santo giorno. Anna apparecchiò la tavola fuori con del latte, dei grissini, burro e miele. Finsi di fumare con un grissino, Le reca fastidio il fumo Signora? Chiesi serio, Ma certo che no, il fumo la rende molto attraente Signor Francesco, rispose lei e scoppiò in una risata da farmi tremare il cuore di gioia. Mio padre alzò la mano dal trattore per salutarci. Nuvole di rondini passarono il cielo, vidi del fuoco dietro la collina. Lo stanno già spegnendo, disse Anna, ci sono i Canader da questa mattina che vanno e vengono, vanno e vengono, è una splendida giornata, non credi? Feci di si con la testa assaporando con le dita un po’ di miele. Le mattine hanno sempre quella sensazione dolce e fresca della novità, come se tutto, senza eccezione, dovesse essere perfetto. Respirai a fondo, i pantaloni del pigiama a righe mi coprivano quasi completamente entrambi i piedi. Vai a prepararti, svelto, mi disse mentre invincibile scrutavo l’orizzonte. Svuotai la cartella dei quaderni e ci infilai mele biscotti secchi e cioccolata. Avevo già deciso.

 

Indossai le braghe corte a righe blu e la maglietta rossa, passando per il corridoio infilai parte della testa in cucina, La saluto Signora, Ossequi rispose Mamma.

 

Le braccia forti di mio padre spostavano tronchi come fossero petali di un fiore appena schiuso, il caldo mi fece inspirare profondamente più volte, le gambe mi si piegavano e la testa mi bruciava come fosse incendiata. Flotte di rondini fluttuavano nel cielo. Pensai e chiesi a Dio di poter vedere ancora disegni come quello. Feci la strada lunga, attraversai la scuola senza neanche guardarla, bussai alla porta di Giulia e prima che potesse fiatare la afferrai ad un braccio e la portai via con me. La Domus de Janas dell’altopiano di Teccas era il nostro posto preferito, la condussi lì e in tutto il tragitto non dicemmo una parola. Entrando, la nostra personale Casa delle Fate, mi parve più profumata di ogni altra volta. Tu oggi non parti, le dissi. Le brillavano gli occhi più del solito, non rispose, Raccontami una storia delle fate, disse soltanto. Era quello che facevamo sempre li dentro, le fate ci suggerivano storie di libertà e noi con quelle ci sentivamo più grandi e più importanti. Raccontai la mia storia con la gola strozzata da un pianto a cui non consentii lacrime. Chiesi, con tutte le preghiere chiesi un tuffo come nei sogni, il fondo di un blu incantevole e respirare l’aria insieme a lei, solo una volta, una soltanto dopo esser volati dai nostri faraglioni.

 

Tornai nelle rocce rosse di Teccas sette anni e mezzo dopo, azzurro il cielo e bianche le nuvole a galla, fiori colorati come quelli che piacevano a lei, la nostra Domus accogliente come accarezzata dalla sua gioia, ora che Giulia è la più bella delle fate. Il canto degli uccelli che ci scorta nel lungo tragitto fino a casa, i colori a sfumare nell’immensità del cielo, il profumo di vita che dalla terra sale fino a stordire di gioia i nostri sensi, tutto questo mi fa essere certo che Giulia è qui con me, un brivido mi attraversa il corpo, ha sorriso: Effetto Janas.

 

Letto 1598 volte Ultima modifica il Giovedì, 06 Dicembre 2012 17:27