Il destino della felicità

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Roberto Alba

 

Nella fucina di Gairo – un isolato villaggio aggrappato al monte Trunconi, nella valle della terra che scorre – un pezzo di metallo, sopra un’incudine, schizzava scie di stelle roventi; come polvere d’oro, brillavano verso le travi di legno del soffitto e sul grembiule di Giovanni. Ardevano per pochi istanti per poi spegnersi e cadere senza vita. I colpi del pesante martello scandivano il tempo circolare di quel mondo antico, forgiando il destino inesorabile di quel corpo incandescente: un ferro di cavallo per la vecchia giumenta de sa coga Mariuccia, fattucchiera per le anime dei vivi e per quelle dei quasi morti, i babbaieca.

Tenendo strette le pinze, Giovanni immerse il ferro lavorato in una tinozza d’acqua. Una densa nube di vapore si sprigionò con uno stridio improvviso. Il giovane indietreggiò, attese qualche istante e sollevò lo sguardo verso l’ingresso della bottega. Il fratello Peppino gli stava accanto: spingeva con una leva il soffione per ravvivare le braci della forgia. Anche lui si bloccò e guardò nella stessa direzione.

Un uomo stava sull’uscio, avvolto in un mantello nero pece. Calvo, con una barbetta fine e pungente, teneva fra i palmi il pomo in madreperla di un bastone prezioso, intarsiato da disegni simili a lingue di fuoco, che ondeggiava lento davanti a sé. Con un sorriso stentato, che di benevolo aveva ben poco, pensò Giovanni, si rivolse a loro.

«Siete i figli di Francesco Lorrai?» La voce si insinuò cupa tra il lieve crepitare dei carboni ardenti e i loro respiri pieni di fatica.

«Sì, per servirvi» disse Giovanni aggiungendo un breve inchino del capo.

Peppino riprese a spingere forte il soffione, mentre Giovanni lasciò scivolare le pinze nella tinozza avvicinandosi all’uomo. «Cosa posso fare per vostra signoria?»

L’uomo osservò i due fratelli: Giovanni possente nell’aspetto con i bicipiti ben scolpiti poteva incutere non poca paura; Peppino, invece, mingherlino con due occhi spiritati e un ciuffo di capelli in testa non poteva che essere l’ombra del fratello. L’uomo fece qualche passo avanti. «Sono qui per avvertirvi di quanto deciso dal consiglio. Su Maistru Babbai vi invita a far presto. Urge sia compiuta la promessa!»

Giovanni si accigliò. Fece passare qualche istante. «E quando sarebbe da compiere questa promessa?»

«Oggi! Al sorgere della luna nuova. Troppo tempo avete atteso.»

Giovanni si incupì e l’uomo, allontanandosi verso l’uscio, come se avesse fretta di abbandonare quel luogo dall’odore acre del fuoco dell’inferno, aggiunse: «Spero non attendiate altro tempo, o la sventura si abbatterà su di voi e i vostri cari».

Si dileguò sotto un cielo violaceo e un sole rosso che calava oltre i monti, quasi fossero sicuri presagi di sventura.

«Chi era, che voleva?» chiese Peppino interrompendo il movimento ritmato del soffione.

«Su Maistru Babbai» rispose il fratello ancora con lo sguardo verso il nulla oltre la strada.

«Ah.» Non era sorpreso da questa notizia. Si asciugò la fronte con uno straccio e si avvicinò a lui. «Mi sembrava un esattore, di quelli di Pisa… Che ci hai detto del babbo?»

«Niente!» fece Giovanni con uno sguardo severo, «non dovevo dirgli nulla a quello lì!»

«Ma, lo dobbiamo buttare giù da una rupe?»

«Sì, da sa Babbaieca. Così è la promessa, non possiamo mancare, o la scalogna si abbatterà sulla nostra casa!»

«Scalogna è se ci muore babbo» disse Peppino lasciandosi cadere seduto su di uno sgabello accanto alla forgia, «proprio ora che gli affari ci giravano bene. Senza di lui non avremmo mai fatto accordi con la famiglia Deppau del villaggio vicino, ci pensi a questo? Babbo conosce tutti, sa tutto, ha esperienza…»

«Ormai babbo è solo un peso, lo sai bene anche tu quanto ci costa mantenerlo.»

«Ci costa il tempo che ha dedicato a noi per tutta la sua vita, ed è comunque poco» fece Peppino.

***

Dopo il tramonto, ormai notte fonda, mentre la luna sorgeva a sud e iniziava a rischiarare la valle con una luce che fluttuava impalpabile sopra una bruma sottile, i fratelli Lorrai, tenendo sottobraccio il vecchio genitore, s’incamminarono in direzione dell’uscita del paese verso il ponte del Rio Pardu. Dagli scurini semichiusi, luci tremolanti li avvisavano degli sguardi curiosi dei compaesani che seguivano i loro passi verso il fato promesso.

Ogni famiglia del villaggio sacrificava i propri genitori ormai vecchi e considerati inutili: quando giungeva l’ora della “promessa”, sa Coga Mariuccia non negava a nessuno i suoi riti magici per un viaggio sicuro nell’aldilà dietro laute offerte di pollame, prosciutti e… ferri di cavallo.

«Babbo, hai salutato tutti? Hai fatto l’offerta?» chiese Giovanni.

«No, non si saluta nessuno prima di morire e non c’ho niente da offrire, io» borbottò, quasi non volesse che i figli capissero le sue parole.

Stretto in una coperta di lana fin sopra la testa, con due stivali consunti, aggrappato a un bastone di leccio, il vecchio faticava ad avanzare. Sbuffava, alzava lo sguardo al cielo stellato e rassegnato riprendeva il cammino con più coraggio.

«A nonno l’hai spinto tu a sa Babbaieca?» gli chiese Peppino dopo essersi inoltrati lungo un sentiero tortuoso.

Il vecchio si fermò. Poggiò la mano sulla spalla del figlio. «No, si è gettato lui, che c’aveva le palle!» disse e riprese a camminare.

«Ti ci butti tu o ti dobbiamo buttare noi?» domandò Giovanni.

Il vecchio non rispose. Sulla destra scorse il masso su cui il padre sedette cinquant’anni prima affaticato dalla salita. Ricordò. Era la prima volta che i suoi passi ricalcavano quelli lasciati nel silenzio di un giorno doloroso, mai dimenticato.

«Sono stanco, voglio riposare» disse con un filo di voce.

Giovanni e Peppino lo aiutarono a sistemarsi e sedettero accanto a lui.

«Avevo la vostra età quando portai mio padre a sa Babbaieca.» La voce si fece rauca, come se la colpa gli stringesse il collo impiccandolo ai ricordi. «E ho vissuto con il solo pensiero che i miei figli avrebbero fatto la stessa cosa con me» disse tutto d’un fiato.

Peppino chinò il capo e Giovanni serrò gli occhi per impedire alle lacrime di mostrarsi.

Il vecchio si strinse ancor di più la coperta al corpo, tossì e sospirò. «Sono pronto» disse, «ho riposato abbastanza, possiamo andare.»

Fece per tirarsi su, quando la mano di Giovanni lo trattenne per un braccio.

«Babbo, per il momento stai qui seduto con noi. Io e Peppino abbiamo parlato.»

«E di cosa avreste parlato voi due che siete giovani e non ci capite niente della vita?»

«Di te, e poi di noi quando saremo vecchi.»

Rimasero muti per un po’, finché una brezza leggera iniziò a calare giù per il monte fra gli ululati che si percepivano lontani in mezzo alla boscaglia.

Fu allora che Peppino si alzò.

«Babbo, tu non devi morire. Io e Giovanni abbiamo deciso che vivrai con noi fino al tuo ultimo respiro…»

Non terminò la frase che il padre con voce tremante disse: «Come farete figli miei. Su Maistru Babbai se ne accorgerà».

«Ti nascondiamo dentro casa!» esclamò Giovanni. «Adesso ci aspetterai dietro questo masso. Noi torniamo in paese e tutti vedranno che non sei più con noi. Poi, prima dell’alba, veniamo col carretto e ti portiamo a casa sotto le fascine di legna.»

Il vecchio li osservò mentre si allontanavano. Lasciò che scomparissero tra la nebbia per alzarsi e avviarsi verso la fine del sentiero. Così aveva fatto il padre, pensò, quando lo lasciò solo per poi tornare a prenderlo.

Il vecchio si fermò al limite del dirupo. Con la luce pallida della luna, osservò inquieto le acque del fiume scorrere lente sotto di lui. Pensò che se un destino di felicità per i suoi figli doveva esserci non sarebbe mai stato il dolore per la propria morte. Rifletté a lungo sul gesto del padre. Sul fatto che non attese il suo ritorno. Non lo comprese.

Il vecchio Lorrai si voltò e tornò indietro. Sorrise.

La luce dell’alba sarebbe giunta presto.

Letto 2920 volte Ultima modifica il Venerdì, 07 Dicembre 2012 00:21
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