La Vedetta

Scritto da  Alessandro Spano
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Alessandro Spanu

 

 La vedetta

 

Liberamente ispirato alla nostra sepolta, arcaica, memoria collettiva.

Quando Shula, signore di Benthu, cavalca nella codula, posso dormire tranquillo.

La testa appoggiata al ginepro, lo sguardo verso l’orrido in basso; a poco a poco diserto la veglia.

Cado in un sonno che mescola Benthu col sogno.

Lo sento ancora ululare. Scorre sulle pareti di roccia, come l’acqua del fiume. Diventa un ringhio quando sfocia a Ilune, carico di tutto l’impeto di un prigioniero liberato dalle catene.

Se mai i Saraceni arrivassero ora…

Mi affido a Shula, che tenga lontani i mori, faccia naufragare i loro putridi legni, protegga i nostri villaggi.

Con questa visione, dipinta da un sogno che è quasi preghiera, mi stringo sul mio nido di felci e aspetto l'alba.

E’ il mio turno di guardia a Ghiradorgiu.

Questo montigheddu è santuario, casa, primo baluardo di difesa.

Come rapaci abbiamo costruito i nidi sulle sue guglie, sulla cresta che guarda Codula ‘e Ilune.

Come rapaci scrutiamo il Bacu Sarachinu, trecento metri più in basso, da dove il moro invasore, il Saraceno, cerca di varcare le creste attorno a Ilune.

Protesi sul vuoto, annusiamo l'aria. Il grido dell’aquila, il volo d’astore, il moto degli astri nel cielo, ogni cosa è segnale nel tutto attorno a noi.

C'è chi ci considera vedette sacre. Eremiti pastori.

Portiamo le nostre offerte alla roccia “becco d’aquila”, per ingraziarci il rapace, sentinella del cielo.

A Thronu e a Shula, dei del tuono e del vento, venerati e temuti, rivolgiamo le nostre preghiere. Ai mori invasori, razziatori di bestiame e di donne, rivolgiamo majias di morte.

A volte funzionano, le majias.

E il moro non arriva.

Altre volte sentiamo suonare le campaneddas, raggelati dal loro tintinnio. Perché per noi o per loro sarà un rintocco di morte.

As campaneddas, così chiamiamo le piccole lastre di pietra, disposte come le scaglie di un serpente a ricoprire l’affluente del Sarachinu. E’ una lunga e ripida sulùdra ai piedi del Monte Ghiradorgiu, che se calpestata tintinna come cento campanelle.

Accadde così, quella notte in beranu . Calda come una notte d’estate. Ventilata dall’umido alitare di un marinu sfiancante.

Non mi è mai piaciuto il marinu. Il vento che soffia dal mare e rende l’aria nebbiosa. Le vedette non vedono. I sensi si affievoliscono.

E quell’umido, nelle notti all’addiaccio, ti entra su per il collo e poi giù per la schiena. Ti ricorda tutte le cadute, quelle per balentìa o per necessità. Quelle ferite sono ancora lì, scritte sulla tua schiena come un diario aggiornato del tempo che passa, memori dei tuoi acciacchi, delle follie giovanili, delle gare all’istrumpa giocate senza paura del dolore… e del futuro.

Quella notte mi sentivo così. Non ero più la sacra vedetta protetta da Shula e da Thronu.

Quasi leggendomi la mente, Dor, lo sciamano della comunità, preme il suo ruvido pollice sul mio collo, cospargendovi un unguento “a base di tilimba e majia” dice.

Una mano al pestello, l’altra a descrivere strani circoli in aria, Dor cacciava quel senso di pesantezza e di malessere.

Il grosso mantello di pelle di bue, il copricapo cerimoniale, tutto contribuiva a conferirgli quella particolare solennità mistica, che forse ancor più dell’unguento scacciava il dolore.

“Ora va meglio ?” mi chiede.

“Si. Sai che non sopporto il marinu”.

Dor era la preziosa compagnia con cui dividevo pochi metri di capanna, sul versante ovest di Ghiradorgiu. Poco più avanti al nostro giaciglio, un ginepro proteso sul vuoto segnava il limite dei nostri movimenti.

Una serie di guglie di roccia, duecento metri più in basso, vigilavano come guardiani silenti.

“E’ un buon rifugio” penso mentre guardo di sotto.

Ma forse lo penso a voce alta, o è ancora una volta Dor a leggermi il pensiero.

“Si, i giganti hanno messo questa roccia perché noi potessimo appostarci e controllare l’orizzonte”.

Dor, custode di memorie ancestrali, continua il racconto:

"Sos gigantes. Si dice che ci sia stata una grande battaglia. E che i giganti, sconfitti dagli dei del cielo, si siano tramutati in roccia." Dev’essere andata così. Ancora oggi, con solenne rispetto, ne visitiamo le spoglie. A Golgo o a Gorropu, le impervie pareti ne custodiscono i simulacri di roccia, profili di volti, bocche distorte in smorfie di dolore eterno. Chissà se anche di noi, alla fine, non resteranno che rocce.

Din din din din. Il rintocco delle campaneddas ci riporta immediatamente al presente. Qualcuno risale il Bacu Sarachinu.

Din din din din. Ancora campaneddas.

La regolarità dello scampanellio suggerisce che non siano cinghiali, così rasposi e inquieti nel loro incedere. E non sono muvrones , il cui avanzare a balzi lunghi e ritmici conferisce alle campaneddas un suono armonico e piacevole. Questo è un passo lento e pesante.

"Tre, forse quattro persone", Dor lo indica con le dita, restando in silenzio.

Risaliamo la china, portandoci sul versante est, dove nascoste alla vista di chi risale il bacu, altre capanne custodiscono il sonno dei compagni guerrieri.

Ancora una volta scendiamo veloci e silenti dal ripido piggigheddu , appena sporgente dalla parete a picco.

Ci appostiamo su un piccolo contrafforte, nelle cui vicinanze abbiamo nascosto archi e frecce.

“Sai… quando ancora gli inverni duravano dieci lune, il letto di Sarachinu ghiacciava, brillando la notte come le scie dei carri del cielo.”

Ascolto Dor e mi chiedo come faccia a tenere una calma che non è di questa terra. La cicatrice che porto in volto ben mi ricorda dell’ultimo incontro coi mori. La scorro con le dita e rivolgo l’orecchio destro verso il vallone sotto di noi.

Conto i passi, scanditi dai tintinnii delle campaneddas.

Si fanno più vicini.

Strano, penso. Ancora non li vedo. Che cosa succede?

Guardo Dor. E’ sempre calmo. La guancia sinistra, leggermente contratta, trascina le sue labbra in un sorriso indecifrabile.

Li sento prima con la pelle che con l’udito. Mi si drizzano i peli, come quella volta in cima al montigheddu, quando cadde la luce del lampu.

Sentiamo un tintinnio metallico, un vociare sommesso in una lingua sconosciuta, ma con cadenza e accento simile al nostro, seppur meno gutturale. Appaiono quattro figure, eteree, vibranti di luce tremula come candela, ma dai toni lunari.

Li vedo salire il montigheddu, dritti verso di noi. Passarci attraverso come fossero d’aria. Non faccio in tempo a parlare.

Il terrore mi gela. Avevo sentito storie di anime senza pace.

Un pensiero che presto si dissolve, insieme ai fantasmi che l’hanno generato.

Guardo Dor. Ho mille domande.

Ma so che non c’è bisogno di parlare. Lo sciamano ha ancora quel sorriso. Lo aveva ancor prima della visione.

Dor si gira verso di me.

“Adesso puoi rilasciare la corda”.

Guardo la mie dita, che ancora tendono l’arco.

Espiro e rilascio delicatamente corda e freccia.

Dor si avvicina, e con un solo colpo di mano spiana ai nostri piedi un soffice tappeto di argilla rossastra.

Con il dito inizia a tracciarvi un solco, come un filo che si avvolge in tante spire partendo dal centro.

“Vedi, questo luogo, questa terra, non sono nostri. Noi ne siamo parte. E siamo solo di passaggio in questa forma fisica. Questo luogo ci culla, ci ospita, noi ne siamo coscienza intermittente. Ci ricongiungiamo a lui e rinasciamo mille e mille volte. E Kronos che tutto avvolge, a volte si concentra in un istante, e si rivela a noi nella sua totalità.”

Le spire attorno al centro del solco continuano ad ampliarsi, come un sasso gettato nell’acqua.

Il mio intuito profondo accenna un barlume di consapevolezza, ma non sono uno sciamano, e mi perdo seguendo le spire tracciate dal dito di Dor...

….oggi

Ecco, finalmente, la meta tanto ambita, verso la quale provai sempre un istintivo desiderio di scoperta. La cresta di Ghiradorgiu, proprio lì dove il gps e la cartina la indicavano. Faccio cenno agli altri amici di seguirmi.

Risaliamo la suludra, incuriositi dal tintinnio musicale sotto i nostri i piedi. L’insediamento nuragico, ormai ridotto a pochi ruderi, stava sopra di noi...

 

Accadde così, quella notte in beranu[1]. Calda come una notte d’estate. Ventilata dall’umido alitare di un marinu[2] sfiancante.

Non mi è mai piaciuto il marinu. Il vento che soffia dal mare e rende l’aria nebbiosa. Le vedette non vedono. I sensi si affievoliscono.

E quell’umido, nelle notti all’addiaccio, ti entra su per il collo e poi giù per la schiena. Ti ricorda tutte le cadute, quelle per


[1] Primavera.

[2] Scirocco.

Letto 1199 volte Ultima modifica il Mercoledì, 08 Febbraio 2017 13:26