La scala segreta del Supramonte

Scritto da  Alessandro Spano
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Alessandro Spanu

 

 La scala segreta del suprammonte

 

Era la terza volta ormai, che Pedru percorreva la lunga cresta di monte Oddeu, l’invalicabile bastione di roccia che, dal profondo canyon di Gorropu costeggia le rive del Frumeneddu.

Il sole, basso ad ovest, stava per nascondersi dietro Punta Solitta, e quella notte non c’era la luna a rischiarare la via. Doveva far presto a tornare al cuile .

Era prossimo ai settanta, Pedru, ma conservava ancora quell’orgoglio e quella vitalità che gli consentirono negli anni di sopravvivere in un ambiente ostile e provvedere ai bisogni della sua famiglia. Il suo cuile era uno dei più belli del circondario, attorniato da cumbule e da mandras messe in opera con grande maestria.

La zona in cui sorgeva l’ovile, poco più a sud di Campu Doinanicoro, era una delle poche che ancora conservava splendidi lecci primigeni, alti e generosi nel regalare a Pedru e ai suoi maiali abbondanti piogge di ghiande.

Pedru era capraio di Orgosolo, anche se l’allevamento che gli procurava maggiori soddisfazioni era quello dei maiali.

Quel grande altipiano, che ad Orgosolo chiamavano supra-monte, era teatro in quegli anni di sanguinosi scontri per questioni di confine fra i pastori di Dorgali e di Orgosolo.

I caprai di Urzulei, al di fuori della mischia, si limitavano a fare brevi incursioni, perlopiù nelle ore notturne, per sottrarre capretti e maiali.

Queste bardanas erano diventate negli anni sempre più organizzate e rapide nell’esecuzione. Si diceva che un gruppo di giovani di Urzulei, particolarmente abili nello scalare pareti di roccia, custodissero il segreto di un passaggio nascosto, attraverso il quale calarsi rapidamente dalle pareti di Monte Oddeu e dileguarsi con il bottino della bardana.

Purtroppo per Pedru, il suo cuile era diventato bersaglio di queste razzie.

“Uno, due, tre… venti, ventuno, ventidue.” Tornato all’ovile, Pedru contava sconfortato i maialetti. All’inizio del mese, poco dopo le nascite, le scrofe allattavano fino a cinquanta maialetti. Le bardanas erano riuscite a dimezzarne il numero. Anche quella notte, Pedru sarebbe stato di guardia a “Iscala ‘e Hommines” .

Non c’erano molti posti da cui i razziatori potessero scappare.

Il cuile di Pedru era vicino alla parete scoscesa di Oddeu.

Una fuga verso est avrebbe consentito tempi di fuga più rapidi, e avrebbe evitato ai ladri di imbottigliarsi nel canyon di Gorropu.

Iscala ‘e Hommines era un ardito passaggio, che già dal nome lasciava intendere che scalarla era “cosa da hommines”. Definirla “scala” era di per sé abbastanza azzardato.

A scrutare dalla cima verso il basso, non s’intravvedevano punti larghi a sufficienza per poggiarvi i piedi. La roccia calcarea, spesso marcia e sdrucciolevole, diventava impraticabile non appena due gocce di pioggia ne bagnassero la superficie.

Tuttavia, per Pedru e per chiunque volesse discendere la parete sud di monte Oddeu, era la via più rapida.

Un’altra via per la montagna era ben nota ai pastori di Dorgali e si trovava più a nord.

La chiamavano “iscala ‘e sos udulos”.

I punti più impervi di questa via, erano infatti stati attrezzati con lunghi rami di ginepro, sos udulos, sapientemente incuneati nella roccia per consentirne un passaggio più agevole.

Quella notte, Juanni, cognato di Pedru, avrebbe fatto la guardia a “iscala ‘e sos udulos”.

Fra i due avamposti, la ripida cresta di Oddeu non concedeva spazi per altre iscalas. Procedeva, infatti, dritta e imponente, precipitando a picco verso il basso con salti dai venti ai cento metri, fino ad arrivare alla valle del Rio Frumeneddu.

Ora che Juanni faceva la guardia a sos udulos, Pedru si sentiva con le spalle coperte.

I razziatori non avevano altre vie di fuga.

Lasciato il cuile incustodito, Pedru si diresse alla volta di Punta Iscopargiu, dalle cui sommità iniziava la ripida iscala ‘e hommines. Incurante della stanchezza accumulata, in pochi minuti il suo avamposto fu raggiunto.

Anche Juanni aveva preso posizione.

Il silenzio tombale della cresta di Oddeu, si accompagnava ad un basso e distante ronzio di sottofondo. Ottocento metri più in basso, lo scorrere del Frumeneddu rappresentava per i pastori la tentazione di una dolce ninna nanna. Ma il desiderio di fermare i razziatori e recuperare il maltolto era più forte della stanchezza.

Quella notte vegliarono sulle iscalas con gli occhi sgranati e i fucili in spalla, tuttavia alle prime luci dell’alba, nessun razziatore si era ancora fatto vedere.

“Guarda Pedru, un ladro l’ho preso. ”

Juanni aveva raggiunto l’avamposto di Pedru. Anche per lui, quella notte, era trascorsa tranquilla, con l’unica visita di un altro ladruncolo, una povera martora, che adesso esibiva come trofeo.

“Sarà un bellissimo pellicciotto” disse accarezzando la preda.

Pedru guardò il povero animale, e con un gesto della mano fece a capire al cognato che disapprovava.

“Juà… da qui non sono passati. Forse l’hanno capita.” Disse Predu.

“Andiamo a riposare”.

I due, abbruttiti dalla stanchezza ma sicuri di non avere sorprese, tornarono al cuile.

Juanni raggiunse per primo la cumbula. Lo sportello aperto e i maialetti liberi per il campo furono il primo segnale che qualcuno aveva visitato l’ovile.

“Non hanno neanche richiuso il recinto….” notò Juanni.

“ Pedru, mi dispiace.”

Atri due maialetti mancavano all’appello. La delusione e lo sconforto presero forma negli occhi di Pedru, che con grande prova d’orgoglio e dignità trattenne le lacrime.

Stringendo la canna del fucile, l’anziano capraio guardò il cognato e gli fece capire che per dormire ci sarebbe stato un altro giorno.

“Dobbiamo seguire le tracce. I ladri hanno sgozzato i maialetti, ma non li hanno dissanguati per bene”. Disse Pedru.

Ogni dieci metri, un piccolo grumo di sangue rivelava ai cognati la direzione presa dai ladri.

Come Pedru intuì, avevano puntato verso est, scegliendo la strada più breve, dritta verso la parete a picco. Dopo circa mezzora, Pedru e Juanni raggiunsero un boschetto di querce, che circoscriveva una piccola radura. Un’insolita copertura vegetale, subito a ridosso dello strapiombo, suggerì ai due caprai che qualcuno avesse celato alla vista un passaggio nascosto.

Una lastra di roccia, piatta e sottile, ricoperta di muschio, era stata appoggiata a coprire parzialmente una stretta fenditura.

“Un’Istampu !” disse con stupore Juanni.

“Un’iscala in s’istampu” aggiunse Pedru, indicando al cognato uno spettacolare albero di ginepro che, partendo dieci metri più in basso, si ergeva maestoso all’interno di quella che si rivelò una piccola grotta a sviluppo verticale. Uno squarcio nel cuore della montagna.

I rami del ginepro, sapientemente tagliati, si prestavano per un facile appoggio di mani e piedi.

Pedru e Juanni, scostata la lastra di copertura, iniziarono a calarsi nella stretta fenditura.

Dieci metri più in basso una serie di gradini di roccia consentiva di guadagnare altri metri verso il basso, fino a sbucare alla base della fenditura, seminascosta dal grosso tronco di un altro albero. I due si ritrovarono su di un ampio balcone di roccia, nei pressi di luoghi a loro ben noti. Fino a quel giorno mai si erano accorti di quel passaggio segreto.

Juanni scoppiò in una fragorosa risata e disse:

“O Pedru… questa scala dobbiamo bruciarla o i ladri continueranno ad usarla.”

“Si Juà, il segreto della bardana di Urzulei è stato svelato !”

Detto fatto, preso il necessario dal cuile, i due tornarono all’iscala ed immolarono un maialetto al grande fuoco dell’albero nella via segreta della bardana.

Ancora oggi, ben celata agli occhi dei più, s’iscala e s’istampu rappresenta uno straordinario esempio dell’adattamento dell’uomo alle avversità del Supramonte. Adeguatamente messa in sicurezza da alcuni volontari, una nuova scala in ginepro è stata calata all’interno del buco nella montagna. La sua risalita, ma prima ancora la sua semplice scoperta, rappresenta per chiunque vi si voglia cimentare un sicuro bottino d’emozioni.

 

 

Letto 1510 volte Ultima modifica il Mercoledì, 08 Febbraio 2017 13:30