Su donu de S'increau Creadore

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di

Maria Donatella Pisu

 

Su donu de increau Creadore

 

Pochi giorni fa, annoiata e con una grande nostalgia del mare, mi recai as piscinasa, su nella vallata di Golgo. Faceva  caldo, così decisi di fermare la macchina sotto un albero di ghiande. Là, incontrai siu Martine.

Lo salutai, e mi sedetti con lui a bordo delle Piscinas, dove potevo intravedere il fondo, talmente era limpida l’acqua.

Siu Martine era il migliore amico di mio nonno materno, compagno di vita quotidiana, avevano combattuto la Prima Guerra Mondiale.

 Era ormai mezzogiorno, da sa tasca estrasse un paio di fogli di pane pistoccu, un pezzo di formaggio e un po’ di cannonau.

Gentile come sempre, fece gli onori di casa, invitandomi ad assaggiare quelle cose buone, fatte da lui.

Ci mettemmo a chiacchierare e lui mi raccontò dei tempi trascorsi con mio nonno, della loro gioventù e della guerra che avevano combattuto. Dato che io non ho mai conosciuto il nonno, il suo racconto mi affascinava tantissimo: immaginavo la sua figura, un uomo minuto, dalla carnagione chiara come me.

Siu Martine mi disse che assomigliavo tanto a mio nonno , anche nel modo che avevo di sedermi, nel mio carattere buono, riservato e allo stesso tempo deciso e determinato,  come la classica donna sarda.

In quel momento mi fece sorridere, perché sin da piccola tutti dicevano che assomigliavo in tutto e per tutto a mio nonno materno.

Le capre pascolavano tranquillamente, ma all’improvviso ci dovemmo alzare perché si dirigevano verso il Nuraghe su Doladorgiu,  così ci incamminammo dietro di loro.

Siu Martine mi disse “Le donne sono coloro che hanno mosso il mondo, quelle che lo faranno scuotere in futuro”. Questa frase mi piacque tantissimo, pensandoci  bene non aveva torto .

Mi piaceva ascoltare quell’uomo saggio , ancora vestito con sa berritta longa. La cosa era affascinante, dal momento che ormai in paese il costume lo si indossa solo in occasione delle feste, mentre lui era fiero di indossarlo, perché simbolo del nostro popolo.

Le capre giunsero a su Doladorgiu,(tranne una che era incinta e si era allontanata dal gregge) dove potevamo ammirare il meraviglioso mare di Baunei e l’intera vallata di Golgo , con la bianca chiesetta di Santu Pedru, il menhir, i vari nuraghi , as piscinasa, e Su Sterru, us pussusu .

Ci sedemmo  su una grossa roccia e continuammo il nostro discorso.

Siu Martine diceva che dobbiamo l’inizio di tutta la nostra storia alla donna,  e che durante la nostra vita le abbiamo assegnato sempre un posto di primaria importanza, come è naturale.

Noi abbiamo ricevuto da lei ogni bene e ogni grazia, il compito dell’uomo è quello di proteggerla in quanto è il più grande tesoro dell’Universo.

Certamente non potevo dire il contrario, perché una creatura di sesso femminile gravida, era simbolo di fecondità, dell’essenza stessa della femminilità.

Senza contare che un buon pastore tiene nel massimo rispetto e assicura la massima protezione alle proprie capre, che sono il suo patrimonio. Figuriamoci se a maggior ragione non ha rispetto per una donna.

Siu Martine continuava il suo discorso dicendomi che i nostri padri, all’alba della loro esistenza , la prima cosa che fecero fu quella di onorare la donna, la parte femminile del loro Dio, riproducendola in tutti i suoi simboli.

Al fianco del suo uomo e tra i due era posto un cerchio a simboleggiare il frutto dell’unione dell’uomo e della donna.

Il cerchio rappresentava l’ovulo fecondato, quello da dove è nato l’uomo , la vita, il mondo, l’universo.

Con il passare degli anni hanno riprodotto la madre in molte statue, una madre gravida quella Dea Madre che unendosi con il Dio Padre ha dato inizio a tutto.

Ma non basta, il padre e la madre sono stati riprodotti su due rocce separate, ma vicine. Su una abbiamo l’organo riproduttore maschile, come una sorta di lama. Sull’altra l’organo riproduttore femminile, sul quale è scolpito un piccolo girino che sta per fecondare la donna, ed ancora abbiamo l’unione della donna e dell’uomo. Nonostante il passare dei secoli il rispetto per questa unione rimane ancora oggi molto grande.

Questi simboli in alcuni casi sono indecifrabili ma per altri sono da decifrare. In ogni caso nella nostra terra esistono i templi dell’Unione divina.

Stetti ad ascoltarlo sbalordita, e affascinata dalle sue parole.  Siu Martine  non era che un pastore del mio paese.

Mi voltai verso il mare, rimasi in silenzio mentre lui ascoltava il suono dei campanacci che riecheggiavano, producendo una dolce melodia in tutta la vallata di Golgo.

Tante volte lo immaginavo come uno dei grandi capi tribù dei nuraghi, un vecchio saggio che spiegava al suo popolo i sacri misteri.

Lo guardavo, sembrava un essere immortale. La sua calma era così grande da spaventarmi, ma era l’unico pastore che conosceva ogni angolo della montagna .

“ Hai sete?” mi chiese , e mi diede un po’ d’acqua, che sorseggiai pensierosa, meditando sulle cose che mi raccontava.

Continuava a raccontarmi che ai nostri avi non bastava rendere omaggio alla Dea Madre e al Dio Padre con piccole cose.

Così decisero di edificare dei templi dove inserire dei messaggi per i posteri. Fecero in modo che tutti, da quei tempi fino a oggi e ai giorni che verranno, potessero vedere il miracolo dell’unione Divina.

I pozzi sacri sono la rappresentazione di tutto questo e avrei dovuto osservarli bene perché erano lì che parlavano per noi.

I pozzi rappresentavano l’organo riproduttore femminile, guarda la loro apertura, mi esortò, osservala attentamente.

Il giorno dell’equinozio i raggi del sole, del Padre che sta nei cieli, entrano per quell’apertura andando a fecondare l’acqua contenuta nel pozzo come una grande coppa.

In quel giorno, ogni persona muore e rinasce ad una nuova luce o vita, in senso simbolico, se alzerai gli occhi vedrai sopra di te una spirale, costruita seguendo l’equazione divina.

Poi abbassa lo sguardo e guarda verso l’acqua, vedrai la tua immagine proiettarsi sull’acqua e rinnovarsi di una nuova ombra. A questo punto alza di nuovo gli occhi e guarda dritta davanti  a te, vedrai te stessa proiettarsi al contrario sul muro del tempio.

La tua ombra con gioia si tuffa nel brodo primordiale, nel liquido amniotico.

In quel momento potrai andare ad abbracciare tuo padre e tua madre , ma il tuo corpo rimarrà fermo tra i due. Questo ti dimostrerà che esistono le varie dimensioni.

Ma non è tutto qui. Il Padre vive nei cieli e la Madre sulla terra: per raggiungere la madre usa le gambe, ma per raggiungere il padre usa le ali.

Rimasi stupita ed esclamai: “Le ali? Mica siamo uccelli!”.

Mi guardò e sorridendo disse: “Il giorno dell’unione si mettono le ali. Guarda alla tua destra, vedrai un triangolo con il vertice che si congiunge alla tua spalla destra. Poi guarda alla tua sinistra e vedrai la stessa cosa: l’ala si congiungerà alla tua spalla sinistra, proprio come un angioletto .

Un’ala ti viene regalata da tuo padre e un’ala da tua madre, a questo punto chiudi gli occhi, apri la tua anima e il tuo cuore e vola verso la terra del Padre, ringrazialo e torna sulla terra.

Quando torni apri le braccia e le gambe,  guarda il tuo corpo dall’esterno, immerso nella luce, con le tue ali sulle spalle traccia attorno  al tuo corpo un enorme cerchio tangente alla punta delle dita e delle tue mani, dei tuoi piedi e della tua testa.

Questo è l’uomo . Questa è l’equazione divina, la perfezione.  Se voi sentirti vicina a Dio, sappi che la sua massima opera è proprio la creazione.

Risposi : “Siu Martì, ma io sono umana. Non posso mica creare!”. Al che lui mi domandò “Sei sicura?”.

Rimasi per un attimo a riflettere e conclusi che aveva ragione. Io posso imitare Dio e posso creare la Vita. Ma per creare la vita ho bisogno dell’altra metà.

Il massimo omaggio a Dio e alla creazione si ha solo con l’unione tra un uomo e una donna.

Non potevo crederci , rimasi quasi scioccata da quella imprevedibile lezione di vita .

Ormai il sole era tangente alla montagna e l’ombra della notte stava per avvolgere la sacra vallata di Golgo, affrettammo il passo e sentimmo il suono del campanello della capretta che si era staccata dal gregge.

Seguimmo il suono che ci condusse in una grotta, nel ventre della montagna, entrammo e con grande sorpresa trovammo la capretta che aveva figliato.

Il miracolo della vita e dell’amore si era compiuto, anche se non sotto gli occhi dell’uomo, ma in un posto nascosto nella montagna segreta.

Prima di salutarci Siu Martine concluse dicendomi: “Ora prendi le tue gambe e corri, corri dritta verso nord e ringrazia la Grande Madre. Dopo riprendi a correre verso sud e ringrazia tutti i tuoi fratelli”.

Rientrai a casa, ma non raccontai dell’incontro con Siu Martine , volli custodire i suoi insegnamenti di vita gelosamente,  per poterli un giorno tramandare ai miei figli e mi addormentai.

 

Letto 2721 volte Ultima modifica il Venerdì, 30 Novembre 2012 17:30