Su Pane de' lande - "Il Pane di Ghiande"

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di

Maria Donatella Pisu

 

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Una sera, mentre chiacchieravo con la mia fidanzata, venni a conoscenza di un importante pane che si faceva a Baunei:  il pane di ghiande.

La cosa m'incuriosì e, poiché non ne avevo mai sentito parlare, le chiesi se ci sono ancora anziane in paese che lo confezionano, e lei mi rispose di sì.

La domenica decidemmo di fare una passeggiata per il suo vecchio rione, quello nel quale aveva trascorso la sua infanzia fino all’età di undici anni.

Giunti a Filerie, rimasi ammaliato dalla bellezza di quell’antico rione, dove ancora esistevano piccole casette in pietra, con il tetto in canne coperto da vecchie tegole. Sembrava che il tempo in quel rione si fosse fermato.

Passeggiammo fino a raggiungere la casa di zia Maria. La salutammo e ci fece entrare in casa per offrirci un bicchierino di vino bianco, della loro vigna.

Chiacchierammo del più e del meno e poi lei mi chiese : "Tando su marinuscu , t'aggradada in bidda?". Io sorrisi, perchè era così che venivano chiamate, in senso buono, le persone della piana di Tortolì.

La mia fidanzata le chiese notizie di zia Rita. Con nostra sorpresa ci rispose: "Iste faendo su pane e' lande". Quale occasione migliore per vedere quella sacra realizzazione?

Ci fece accomodare in su staulu, dove c'era anche il forno per cucinare il pistoccu.

Zia Rita era una vecchietta dal corpo esile, alta e nonostante la sua età, novantaquattro anni, non aveva il viso segnato dalla vecchiaia. Con dolce fermezza ci invitò a inginocchiarci e unirci a lei nella preghiera.  Si segnò e iniziò a recitare: "Su nomini de su babbu, de su fillu, de su spiritu santu…"

Mi pareva di vivere un rituale antichissimo, in silenzio osservavo i suoi movimenti, lenti e sacri.

L’anziana donna continuò con le sue preghiere "Signore jeo bos offergio kustu traballu. Degededdi sa Santa Benedissione ostra." (Vi offro questo lavoro, voi dategli la vostra benedizione).

Zia Rita prese sa taxedda de Pistadorgiu, un sacchetto di pelo di capra e ci versò le ghiande sgusciate, che per alcune settimane erano state tenute ad asciugare in sa sporta (cestino) appesa al caminetto .

Prese il sacchetto per l’imbottitura ripiegata, sbattendolo sullo scalino di pietra de su staulu, fino a quando si staccò del tutto la pellicola chiamata "Camisola".

La osservavo e mi chiedevo se finito tutto quel rituale avrei potuto assaggiare quel meraviglioso pane.

Ad un certo punto zia Maria prese s’impastera versando in su caddargiu le ghiande, prese del torco per sciogliere gli eventuali grumi e aggiunse dell’acqua fredda. Continuò a mescolare per una ventina di minuti circa, fino ad ottenere un composto come il caffellatte, versando nel paiolo adagio adagio il composto con le ghiande.

Chiesi alle due vecchie signore se volessero aiuto, mentre disponevano la caldaia su un trebìese collocato sopra il fuoco, nel caminetto, ma con la testa mi fecero segno di no.

Zitto, zitto seguivo il procedimento delle due signore, che mentre mescolavano lentamente il composto messo a cuocere borbottavano qualcosa, ma non capivo le loro preghiere antiche.

Il composto da rossiccio, diventò nero, zia Rita chiese a zia Maria di portarle della palma benedetta per scongiurare il malocchio, continuando a borbottare a bassa voce le sue preghiere, poi per surrogare l’acqua che evaporava durante la cottura versò lentamente l’infuso color caffellatte. Infine aggiunse della cenere del vitigno per facilitare la cottura.

Ad un certo punto zia Rita disse "Su lande iste cottu!", ed io esclamai "Evviva! si mangia!", la mia fidanzata sorrise.

Invece zia Maria rimise sul fuoco la caldaia, fino a quando il brodo rimanente non diventò denso.

Rimasi sbalordito, perché mi sembrava di avere davanti una grossa polenta, quella che loro chiamavano fitta. La versarono sulla tavola e man mano la trasformarono in focacce, un po’ più grandette degli amaretti tipici baunesi.

Via via che le facevano, le posizionavano su fogli di sughero per farle asciugare.

La fitta si presentava come una cioccolata morbida, il lande come un torrone nero, che sprigionava per tutta la stanza un delizioso odore di prugne secche, di cui andavo matto.

Avevo l’acquolina in bocca. Non vedevo l'ora di poter assaggiare quel pane, dopo aver avuto l’onore di assistere al sacro rituale di preparazione.

Zia Rita si girò verso di noi e ci disse che quel pane durava circa dieci giorni, così ce ne avrebbe dato alcune focacce da portare a casa, però dovevamo consumarle entro quel periodo. Lei e zia Rita le avrebbero messe in is isportasa (cestini di canne) appese non lontano dal fuoco per impedire che si formassero delle muffe.

Non mi sembrava vero: finalmente potevo assaggiare quel famoso pane che le donne baunesi portavano anche nei paesi vicini per venderlo.

Si fece tardi, e dovevamo rientrare, così zia Maria ci consegnò alcune focacce, la ringraziammo di cuore e rientrammo a casa.

La mia fidanzata mi raccontò che questo pane aveva delle proprietà terapeutiche e antitossiche e che i vecchi la utilizzavano per i disturbi di origine intestinale.

Così decisi di rientrare a casa e di portare in dono ai miei genitori un po’ quel meraviglioso pane di ghiande, confezionato con un rituale magico dalle anziane baunesi.

 

Letto 1412 volte Ultima modifica il Venerdì, 30 Novembre 2012 17:32